Musica e Rivoluzione: dal Barocco al Neapolitan Power
James Senese - immagine dal web
Quando il Barocco inventò il riff
di Bruno Marfé
C’è un filo invisibile che attraversa i secoli e lega artisti lontani nel tempo, ma vicini nello spirito: l’urgenza di rompere gli schemi, di dare voce a una nuova energia.
Dal violino incendiario di Antonio Vivaldi, che nel cuore del Barocco inventò il ritmo e la potenza del riff, alla voce e alla visione di Lino Vairetti, simbolo del Neapolitan Power e di una Napoli che seppe reinventare se stessa in musica.
Entrambi, ciascuno nel proprio tempo, hanno trasformato la tradizione in rivoluzione, mostrando come la vera innovazione non nasca dal rifiuto del passato, ma dal suo ascolto profondo e ribelle.
C’è un filo invisibile che lega il violino di Antonio Vivaldi al megafono sonoro di Lino Vairetti.
Tre secoli di distanza, ma la stessa urgenza: rompere la forma, scuotere l’ascoltatore, far vibrare la vita dentro il suono.
Ci siamo incontrati una domenica pomeriggio di questo caldo novembre al Bar Al Boschetto di Castel Volturno, la cittadina in cui entrambi viviamo. Lino Vairetti è arrivato con il sorriso disarmante di chi ha visto e vissuto molto, ma conserva ancora la curiosità di un ragazzo. Seduti a un tavolino, abbiamo diviso una sfogliatella frolla e sorseggiato un caffè schiumato “completo”, mentre il sole scivolava lento verso il mare.
La conversazione, come era inevitabile, è tornata a quel periodo irripetibile in cui Napoli era un laboratorio sonoro e culturale: gli anni del Neapolitan Power.
Ma, riflettendo su quelle sperimentazioni, il pensiero corre anche indietro nel tempo – fino a Venezia, fino al “Prete Rosso” che, molto prima di Hendrix o Pino Daniele, aveva già acceso la miccia del rock.
Vivaldi, il vero pioniere del Rock
Quando si pensa alle radici del rock, la mente corre ai riff elettrici di Chuck Berry o alle cavalcate dei Led Zeppelin.
Eppure, il primo vero pioniere del genere forse non impugnava una chitarra, ma un violino barocco: Antonio Vivaldi.
Ascoltando Le Quattro Stagioni o i Concerti per violino dell’Estro Armonico, si percepisce un’energia ritmica e tematica che anticipa di secoli la struttura stessa del rock.
Il riff, nel linguaggio moderno, è quella cellula melodico-ritmica che si ripete fino a diventare identità sonora.
Ebbene, l’attacco dell’“Estate” vivaldiana funziona esattamente così: una figura ossessiva, pulsante, un basso continuo che martella e spinge, come un groove di batteria.
Nel Settecento, questo era rivoluzionario. La musica colta cercava equilibrio; Vivaldi, invece, cercava scossa, attrito, impatto.
Il suo violino è una chitarra elettrica ante litteram: spinge il suono oltre i limiti, esplora la velocità, cerca la vertigine.
Dietro l’immagine del sacerdote veneziano, c’è un’anima ribelle, che vuole rompere la tradizione per liberare l’energia del presente.
Dal Barocco al Vesuvio: la rivolta del suono
«Il beat non bastava più», racconta Vairetti. «Noi volevamo sporcare quel sound, creare qualcosa che avesse più teatralità, più profondità. Il progressive ci permetteva di fondere la melodia napoletana con il jazz e il rock sinfonico. Gli Osanna sono nati da questa necessità di superare i confini, di cercare una nuova identità sonora per Napoli.»
All’inizio degli anni Settanta, Napoli – come la Venezia di Vivaldi nel Settecento – era un laboratorio di ibridazioni e libertà.
Nacquero gli Osanna, insieme a James Senese, ai Napoli Centrale, a quella costellazione di artisti che diedero vita al Neapolitan Power, ridefinendo la musica italiana.
I loro dischi – L’Uomo, Palepoli, Neapolitan Power, Terra mia – furono manifesti di un’epoca che voleva fondere popolo e poesia, rabbia e armonia.
Come Vivaldi, anche loro inventarono un linguaggio nuovo a partire dalle radici.
Il dialetto, per Vairetti, non era colore locale, ma strumento politico e poetico.
«Il dialetto è impegno, è denuncia», dice. «Noi lo usavamo per raccontare la città e le sue ferite. Spero che i giovani non lo riducano a una moda.»
James Senese, l’anima nera del suono
In ogni rivoluzione musicale c’è un’anima inquieta, un interprete che trasforma la ferita in canto.
Per Vairetti, quell’anima fu James Senese.
«James era un uomo schivo, autentico. Non gli interessava apparire, ma essere. Era un “nero a metà” in una città piena di contrasti, di dolore e di luce. La sua musica parlava di riscatto, di dignità.»
Come Vivaldi, Senese suonava con il corpo, con il respiro, con la carne.
Il suo sax urlava come un assolo elettrico, e Campagna resta un brano che – dice Vairetti – «è la voce degli invisibili, un documento storico più che una canzone».
Il filo rosso della ribellione
Dalla Venezia barocca alla Napoli del dopoguerra, il gesto è lo stesso: rompere la forma per dire la verità.
Vivaldi lo fece con l’archetto, Vairetti e Senese con il dialetto e l’elettricità.
Entrambi misero in discussione l’idea di “musica alta”, riportandola alla vita quotidiana, alla carne e al sudore.
È questo il filo rosso che unisce il Prete Rosso e il Neapolitan Power:
l’idea che la musica non debba essere capita, ma sentita.
Che il ritmo non sia solo misura, ma ribellione.
Una città che suona ancora
Il Neapolitan Power non è un ricordo, ma una traccia viva che continua a vibrare – come le corde di un violino o di una Stratocaster.
Gli Osanna, i Napoli Centrale, Pino Daniele: tre nomi per un’unica rivoluzione.
Una rivoluzione che ha dato voce a un popolo, trasformando il dolore in arte e la rabbia in poesia.
E forse, se Vivaldi potesse sentire un assolo di Senese o un arpeggio di Daniele, sorriderebbe riconoscendo in loro la stessa urgenza che animava il suo arco: fare della musica un atto di libertà.
