“Malaika” di Castel Volturno: 17 anni senza Miriam Makeba, il canto che non si spegne
La cantante angolana Tasha Rodrigues, il delegato dell’ambasciata sudafricana a Roma, Daniela Cenciotti al Centro Fernandes di due anni fa.
di Bruno Marfé
Il 9 novembre 2008, nella piccola cittadina di Castel Volturno, si spegneva una delle voci più potenti e simboliche del Novecento: Miriam Makeba, per tutti Mama Africa.
Non fu un addio in un sontuoso teatro o in una capitale mondiale, ma su un palco improvvisato, nel “Soweto d’Italia”, tra migranti, ultimi, emarginati.
Un luogo che, per istinto, sapeva essere casa.
«La voce di Miriam Makeba era quello che i sudafricani dell’apartheid avevano al posto della libertà.»
— Nelson Mandela
Dalla lotta all’Apartheid al palco della memoria
Nata a Johannesburg nel 1932, di etnia Xhosa e Swazi, Miriam Makeba usò la sua voce non solo per conquistare un Grammy — prima artista africana della storia — ed esibirsi accanto a giganti come Dizzy Gillespie e Nina Simone, ma soprattutto come arma di resistenza contro l’Apartheid.
Il suo esilio trentennale, il matrimonio con il leader radicale Stokely Carmichael che le costò il sogno americano, e i suoi discorsi all’ONU raccontano una vita interamente spesa per la giustizia.
E anche quando il corpo era minato dall’artrite e dalla fatica, Makeba non smise mai di cantare.
La sua musica, con brani iconici come Pata Pata e The Click Song (Qongqothwane), portò nel mondo la fonetica pulsante delle lingue sudafricane, in cui il suono diventa rito, preghiera, memoria.
Pur non appartenendo al popolo San, Makeba seppe far vibrare i “click” ancestrali che derivano da quelle antichissime lingue, considerate tra le più antiche ancora parlate sulla Terra.
I San – chiamati dispregiativamente “boscimani” dai coloni boeri – abitano l’Africa australe da decine di migliaia di anni e custodiscono una memoria orale e musicale che affonda nelle origini stesse dell’umanità.
Il loro linguaggio, fatto di suoni a scatto e consonanze ritmiche, è come un battito primordiale: una grammatica del respiro.
Nel riprodurre quei suoni nei suoi canti, Makeba non imitava: riattivava una memoria collettiva, un filo invisibile che unisce il presente della diaspora nera alle sue radici più profonde.
Era, in fondo, il suo modo di restituire voce a chi l’aveva perduta.
Malaika: la fratellanza universale nella radice di un nome
Non meno eloquente del suo canto è il nome con cui oggi la ricordiamo: Malaika.
La parola deriva da una comune radice semitica che attraversa l’ebraico, l’aramaico e l’arabo, racchiudendo l’idea del messaggero, dell’inviato, dell’angelo.
Un termine che parla di unità tra i popoli e di ponti tra le fedi, ricordando come le lingue — prima ancora delle religioni — abbiano saputo unire ciò che gli uomini spesso dividono.
Era quella stessa fratellanza universale che Makeba ha invocato per tutta la vita e che, forse inconsapevolmente, ha trovato la sua eco finale proprio in Italia, nel Sud ferito ma solidale.
L’ultimo canto: contro la camorra, per i migranti
Quando nel 2008 fu invitata a cantare a Castel Volturno in un concerto anticamorra dedicato a Roberto Saviano, Miriam Makeba non esitò.
Solo poche settimane prima, la camorra aveva massacrato sei migranti africani. Lei lo sapeva, ma volle esserci lo stesso.
Nonostante il freddo e un dolore crescente al petto, salì su quel palco per loro — per gli sfruttati, per gli innocenti, per chi non aveva voce.
Cantò Pata Pata, Soweto Blues e Malaika, il suo inno d’amore e libertà.
Appena scesa, si accasciò. Un infarto la portò via a 76 anni, lontano da casa, ma nel luogo più vicino al suo spirito: tra la sua gente.
Il ricordo al Centro Fernandes
Diciassette anni dopo, la sua presenza aleggia ancora sulle coste di Castel Volturno.
Quest’anno, anche senza la commemorazione speciale del 15º anniversario, il suo nome è risuonato nel Centro Fernandes, durante la Giornata Mondiale dei Poveri dell’8 novembre.
Perché ogni gesto di solidarietà, ogni canto di libertà, contiene ancora l’eco di Mama Africa.
Come ricorda Antonio Casale, direttore del Centro, “il nome con cui la ricordiamo è Malaika, Angelo.”
E davvero, Miriam Makeba è stata un angelo che ha cantato verità, lotta e speranza in un angolo di periferia, lasciando un’eredità che ci obbliga a non dimenticare:
la battaglia per la dignità umana non ha confini, e la voce dell’arte può cambiare la storia, fino all’ultimo respiro.
Canta ancora, Malaika
Diciassette anni dopo, la sua voce continua a vibrare tra i vicoli e le piazze del mondo, come un richiamo a non arrendersi mai.
A ricordarci che la fratellanza non è un’utopia, ma una lingua antica che possiamo ancora imparare.
Canta ancora, Malaika.
E insegnaci a farlo, fino all’ultimo respiro.
