30/04/2026
Il Confronto Home » Cultura » Libri » Il Campione e l’identità: “199”, Angelo Scalzone e la dualità del trasferimento

Il Campione e l’identità: “199”, Angelo Scalzone e la dualità del trasferimento

“199 - l genio del tiro” di Antonio Leone (Alture, 2024)
Condividi l'articolo

Intervista ad Antonio Leone che nel suo libro racconta la vita e l’identità sospesa di Angelo Scalzone, campione olimpico di tiro a volo a Monaco 1972, e il suo trionfo con un punteggio di 199 piattelli.

di Bruno Marfé

Angelo Scalzone, “Il genio del tiro”, rimane nella memoria sportiva per un record che sfiora la perfezione: 199 piattelli su 200, Medaglia d’oro nella Fossa olimpica a Monaco 1972.

Dietro la freddezza matematica di quel numero, però, si nasconde una storia calda, fatta di radici, spostamenti e nostalgia: quella di un uomo originario di Casal di Principe, residente dal ’38 a Castel Volturno, e di una famiglia che, come molte nel nostro Sud, ha dovuto misurarsi con la dualità di chi parte, di chi si trasferisce, di chi vive “tra due mondi”.

È proprio da questa prospettiva che nasce “199 – l genio del tiro” di Antonio Leone (Alture, 2024): un libro che, più che una biografia sportiva, è un atto di restituzione, un tentativo di riportare a casa un frammento di memoria collettiva.

Dalle radici alla gloria

Angelo Scalzone cresce in una terra che forgia, più che educare. L’Agro Aversano, con la sua umanità ruvida e luminosa, è una scuola di vita prima ancora che di tiro. Il suo talento nasce lì, tra la passione per la caccia e le giornate passate accanto al padre, in quel piccolo campo di tiro aperto a Castel Volturno.

La sua ascesa, però, lo costringe ad allontanarsi: per allenarsi, per confrontarsi, per misurarsi con il mondo. La gloria arriva lontano, a Monaco, in una città che non ha nulla del suo Sud.

Eppure, quel trionfo resta profondamente italiano, meridionale, umano.

Il successo, come spesso accade, è un movimento doppio: ti avvicina al mondo e ti allontana da casa.

Il Filo Invisibile: L’Integrazione a Metà

Angelo Scalzone è un vincente, ma anche un dimenticato. Antonio Leone nel suo libro racconta la parabola di un uomo che ha portato alto il nome dell’Italia e del suo territorio, ma che nel tempo è stato lasciato ai margini della memoria nazionale.

È la sorte di chi resta “altro” anche quando conquista tutto.

Il luogo d’origine, quando è forte, diventa insieme radice e zavorra. Ti definisce, ma ti distingue. E a volte il mondo che ti accoglie non è mai del tutto pronto ad accettarti davvero.

Chi vive tra due realtà – la propria terra e quella d’arrivo – conosce bene questo sentimento. Si può essere pienamente integrati nella quotidianità, ma continuare a sentirsi in bilico, sospesi. È una condizione che riconosco anch’io, e che ho sentito condivisa da Antonio Leone, quando ne abbiamo parlato insieme.

Conversazione con Antonio Leone

Parlando con Antonio, il discorso scivola naturalmente dal racconto sportivo alla dimensione umana, al tema universale del sentirsi a metà: fra le radici e l’altrove.

 “Nel tuo libro si percepisce una tensione costante tra le radici e l’altrove. Hai raccontato un uomo che porta Casal di Principe e Castel Volturno nel cuore anche quando trionfa a Monaco. Ti sei mai chiesto se proprio quell’appartenenza, così forte, sia stata per Scalzone una risorsa o un limite nel suo rapporto con il mondo sportivo e con l’Italia?” 

Credo sia stata entrambe le cose. Le radici, quando sono profonde, ti danno forza ma possono essere anche un peso. Scalzone non ha mai rinnegato la sua terra, in alcun modo. Ne era invece profondamente fiero, orgoglioso e l’ha portata addosso come una seconda pelle. Ma questo, nel mondo sportivo e mediatico, può diventare anche un marchio: se vieni da certi luoghi, devi sempre dimostrare qualcosa in più, superare barriere che per altri sono invece porte aperte. È la tipica condanna di chi viene dalle “periferie della dignità”, di chi deve faticare il doppio per conquistare la medesima vetta. È parte della storia e della cultura del nostro Paese, ma Angelo, come molti altri vincenti, è la dimostrazione evidente che la tenacia, la fiducia in se stessi, e quindi il bagaglio delle proprio origini da cui è possibile trarre forza e convinzione, sono strumenti straordinari di affermazione e conquista.

Parlando con lui, ho avuto la sensazione che questa condizione – di essere accolti ma mai del tutto riconosciuti – riguardi anche noi, oggi. 

Pensi che in parte sia un destino di chi proviene da certi territori, o è una condizione universale di chi sceglie di spostarsi, di ricominciare altrove?

È una condizione universale e assieme un destino inevitabile. Chi si sposta lo fa per necessità o per vocazione, in ogni caso rompe un equilibrio con se stesso e con il luogo di arrivo. Quando giungi altrove – io stesso mi sono trasferito due volte nella mia vita, prima a Firenze poi a Padova –, sei sempre tu “lo straniero”, “uno che viene da fuori”, e anche quando ti accolgono, ovvero comincia il percorso di integrazione, c’è sempre una distanza invisibile che è fatta di consuetudini, riti, linguaggio, eredità culturale, valori, capacità e competenze. Ma quella distanza, se si impara ad abitarla, diventa consapevolezza. Chi vive tra due luoghi finisce per vedere meglio, per capire di più. È una forma di malinconia, ma anche una ricchezza. Soprattutto dona a chi si trasferisce la capacità di apprezzare ciò che si dà ogni giorno per scontato, perché coperto dall’abitudine e dall’indifferenza. 

Scalzone ha rappresentato l’Italia nel momento più alto della sua carriera, eppure oggi il suo nome non è ricordato come meriterebbe. Secondo te questo oblio dipende solo dal tempo che passa o anche dal fatto che, in fondo, non si è mai voluto riconoscere fino in fondo il valore di un uomo venuto ‘dal Sud’?

Il tempo cancella, ma non tutto allo stesso modo. Ci sono memorie che vengono curate e altre che si lasciano sbiadire. Scalzone veniva da un mondo che non aveva uffici stampa, non aveva retorica. Era un uomo diretto, sincero, lontano dai palcoscenici, dedito a se stesso, alla famiglia e alle proprie passioni. L’Italia ha spesso la memoria corta con i suoi eroi più autentici, specialmente quando non appartengono alle grandi narrazioni nazionali. La scrittura, però, può riportarli a casa. Non ritengo comunque, che la sua origine, abbia influito sul suo ricordo. Piuttosto è una responsabilità della sua stessa terra averlo dimenticato così a lungo e impedito che la sua figura e la sua impresa potessero essere raccontate e tramandate. Su questo aspetto, noi casertani in particolare, siamo moralmente colpevoli. 

In un certo senso, il percorso di Scalzone diventa una metafora anche per chiunque viva tra due mondi: quello delle origini e quello dell’adozione. Tu, da autore e da uomo, come hai vissuto questo equilibrio?

L’ho sempre vissuto con curiosità e necessità. Spostarmi è sempre stato un imperativo: amo la terra dove sono nato ma per me è un confine, che, come faceva Angelo, voglio sempre superare. Mi alimenta, mi nutre, ed è sempre con me: non ho mai perso il legame umano e culturale con Castel Volturno, ma in generale con Caserta e la Campania. Forse è questo il prezzo dell’identità mobile: imparare a portare dentro di sé più case, più accenti, più nostalgie. È anche da questi opposti che nasce, in parte, la mia scrittura in prosa, dunque il bisogno di raccontare, ed essere libero nel farlo. Porto con me dietro lo sguardo della periferia che guarda il centro, e lo apprezza perché depositario di storia e tradizione, di identità, da cui traggo assoluta ispirazione. Non mi fermo mai dinanzi a un portone chiuso, perché voglio esser parte della comunità. L’unico modo per farlo è contaminarsi, avere il coraggio di conoscere.

La ricchezza del “Doppio Appartengo”

Alla fine, la storia di Angelo Scalzone non è solo un frammento di memoria sportiva: è una parabola sull’identità e sull’appartenenza.

Il “doppio appartenere” – alla propria terra e al mondo – è una condizione faticosa, ma fertile. Chi vive in questo spazio intermedio impara a tradurre, a comprendere, a mediare.

È così che la vicenda di un tiratore olimpico diventa il manifesto di un modo diverso di stare al mondo: radicati e mobili, fedeli e curiosi, napoletani e universali.

“Si può vincere nel mondo senza smettere di essere di casa.”

La Medaglia d’oro del ‘72, con quel simbolico “199 su 200”, racconta proprio questo: la tensione tra la perfezione e il suo mancare per un soffio, tra il compimento e la nostalgia.

Forse è lì, in quel punto mancante, che si annida il segreto di ogni identità che migra — e che non smette mai di appartenere a entrambi i suoi mondi.

Nella foto da sin. Antonio Leone, Andrea Scalzone (nipote di Angelo ed oggi Assessore alla Cultura del comune di Castel Volturno), il sindaco di Castel Volturno, Pasquale Marrandino, Giovanna Traetto

Nella foto da sin. Antonio Leone, Andrea Scalzone (nipote di Angelo ed oggi Assessore alla Cultura del comune di Castel Volturno), il sindaco di Castel Volturno, Pasquale Marrandino, Giovanna Traetto, in occasione della presentazione del libro 199 – l genio del tiro” di Antonio Leone (Alture, 2024).

Notizie sull'Autore


Condividi l'articolo

1 ha pensato a “Il Campione e l’identità: “199”, Angelo Scalzone e la dualità del trasferimento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *