“Contro la famiglia”: mezzo secolo dopo, il manuale dei minorenni torna d’attualità
di Bruno Marfé
Un libretto del 1974 pubblicato da Stampa Alternativa mi è capitato tra le mani per caso, nella libreria di un amico. Sfogliandolo, chi ha vissuto quegli anni riconosce battaglie che credeva vinte. E invece sono di nuovo aperte.
L’oggetto
La copertina è arancione. Al centro, dentro un barattolo di vetro, una famiglia borghese in posa da fotografia anni Cinquanta: padre con gli occhiali, madre in abito, due bambini vestiti a festa. Sul bordo destro, in caratteri aguzzi: «…i tempi stanno cambiando. Vero, Mr. Amintore?». Il titolo in basso recita: Contro la famiglia – Manuale di autodifesa e di lotta per i minorenni. Collana Controcultura Super n. 1, Stampa Alternativa, poi Savelli. Anno: 1974.
Circa cento pagine fotocomposte, dense, stampate alla svelta. Assemblato collettivamente da «centinaia di compagni/e e fratelli minorenni di tutta Italia» — recita il frontespizio — ridotto da, testuale, «tre tonnellate di materiali». Distribuito nelle scuole, nei centri sociali, nelle librerie alternative. Sequestrato in qualche città. Letto di nascosto in molte case.
Chi lo sfoglia oggi, cinquant’anni dopo, avverte qualcosa di strano: non il senso del reperto museale, ma quello del documento ancora vivo. Alcune pagine fanno ridere, per il linguaggio spaccone e l’ideologia in bella vista. Altre stringono.
Il 1974: cosa stava cambiando davvero
Il libretto esce in un momento preciso. Il referendum sul divorzio è appena passato (maggio 1974): i «no» hanno sconfitto la DC e il Vaticano, l’Italia si è scoperta meno monolitica di quanto si credesse. La riforma del diritto di famiglia è in dirittura d’arrivo (arriverà nel 1975, riscrivendo l’assetto patriarcale del Codice del 1942). La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza è ancora lontana quattro anni. L’educazione sessuale nelle scuole non esiste.
In questo vuoto, il libretto di Stampa Alternativa fa quello che nessuna istituzione faceva: informa. E lo fa con la logica del do it yourself militante — lo stesso che stava costruendo radio libere, centri sociali, gruppi di autocoscienza femminista.
La sezione legale: cosa era vero e cosa è cambiato
La parte più solida del manuale è quella meno attesa: il capitolo sui diritti e i doveri del minorenne. Con riferimenti precisi al Codice Civile e Penale, il libretto spiega cosa può fare legalmente un ragazzo di 10, 12, 14, 16 anni. Che può querelare. Che può presentare esposti alla magistratura. Che a 10 anni ha diritto di essere sentito dal giudice tutelare nella scelta di dove essere allevato (art. 371 c.c.). Che a 14 è penalmente responsabile (art. 98 c.p.).
C’è persino un capitolo su come contestare il foglio di via, con il modulo pronto per la richiesta di revoca al Questore. Una guida pratica di sopravvivenza in un’Italia in cui la polizia fermava i capelloni, i centri alternativi venivano perquisiti, i ragazzi allontanati dalle città su pressione dei genitori.
Quella legislazione è poi cambiata radicalmente. La riforma del diritto di famiglia del 1975 ha abolito la patria potestà del padre sostituendola con la potestà genitoriale condivisa. Il Tribunale per i Minorenni ha visto ampliarsi le proprie competenze. La Convenzione ONU sui diritti del fanciullo (1989, ratificata dall’Italia nel 1991) ha stabilito principi che il libretto del ’74 intuiva ma non poteva ancora citare: l’ascolto del minore, il superiore interesse del bambino, il diritto all’identità.
Eppure, su un punto centrale, il quadro attuale è più incerto di quanto si ammetta. Il dibattito sull’autonomia del minorenne nelle scelte sanitarie — il diritto a ricevere informazioni e a esprimere un consenso informato anche contro la volontà dei genitori — è oggi apertissimo e conteso. Le proposte di legge sull’educazione affettiva obbligatoria nelle scuole vengono bloccate o annacquate da ogni legislatura.
L’AIED e la contraccezione: il coraggio di istruire
Le pagine più sorprendenti, a rileggerle adesso, sono quelle sulla sessualità. Non per il tono — diretto fino alla scurrilità, militante fino al didascalico — ma per il contenuto. Il manuale spiega come funziona il diaframma. Come si mette e si toglie. Dove comprarlo (in farmacia o nei negozi di ortopedici, «strano ma è così»). Quanto costa la visita all’AIED — l’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica — per imparare a usarlo (5.000 lire, specificano).
L’AIED, fondata nel 1953, era in quegli anni uno dei pochi luoghi dove donne e ragazze potevano ricevere informazioni sulla contraccezione senza essere giudicate. Molti giovani di quella generazione ci si sono rivolti per la prima volta che hanno deciso di avere rapporti sessuali — non per azzardo, ma per scelta consapevole. Una responsabilità che dovevano costruirsi da soli, fuori dalle istituzioni, fuori dalla scuola, spesso fuori dalla famiglia.
Cinquant’anni dopo, la situazione è migliorata su alcuni versanti — la pillola è prescrivibile dal medico di base, i consultori esistono — e rimasta ferma su altri. L’educazione sessuale nelle scuole pubbliche italiane non è obbligatoria. Non esiste un curriculum nazionale. Ogni istituto decide da sé, o non decide. I consultori sono distribuiti in modo disomogeneo sul territorio e in alcune regioni sono stati ridotti. Chi non ha genitori informati o disponibili si arrangia come può, oggi come allora — con la differenza che oggi si arrangia su TikTok.
Il “caso Sanremo”: la controinformazione come arma
Un’ampia sezione del libretto è dedicata alla ricostruzione di una vicenda reale: il centro controculturale di Sanremo, dove una ragazza minorenne — Laura — era stata sottratta dai genitori e internata in un collegio svizzero. La risposta dei compagni non fu la manifestazione né la petizione: fu la controinformazione capillare, il volantinaggio che nominava i genitori, la mobilitazione dell’opinione pubblica locale, la denuncia ai giornali. Laura tornò. Il centro rimase aperto.
Il caso è raccontato come modello: quando i potenti possono controllare tribunali e giornali ma non possono fermare «pochi compagni anche senza grossi mezzi decisi a fare lavoro politico su queste cose». La controinformazione come redistribuzione del potere simbolico.
La logica non è poi così datata. Le battaglie dei movimenti LGBTQ+ degli ultimi anni, le campagne di testimonianza pubblica contro le violenze familiari, la documentazione dal basso delle condizioni nei CPR — sono tutte figlie della stessa intuizione: che rendere visibile il privato, e soprattutto il privato dei potenti e dei rispettabili, è una forma di lotta.
La lettera della madre fiorentina
L’ultima pagina del libretto — la quarta di copertina — è occupata da un documento scritto a mano. Data: 26 giugno 1974. Mittente: una certa Gorni Giuliana, residente a Ponte a Signa, Firenze. Destinatario: la redazione. Testo: «Per favore non mandatemi più il vostro bollettino di informazione… Non spedite più Bollettini a mio figlio assolutamente, sono la sua mamma».
Non sappiamo se fu pubblicata come documento di lotta o come ironia. Probabilmente entrambe le cose. Ma è il pezzo più straziante e più vero dell’intero libretto: la madre che scrive di suo pugno, che chiede di essere lasciata in pace col suo figlio, che usa la parola «assolutamente» come se potesse bastare. La famiglia come frontiera che si vuole sigillata dall’interno.
Cinquant’anni dopo, la stessa frontiera è ancora oggetto di contesa — su cosa si insegna ai figli, su chi può parlare loro di sessualità, di identità, di diritti. Il libretto di Stampa Alternativa lo sapeva già.
Cosa è tornato in discussione
Sarebbe comodo archiviare questo documento come reperto di una stagione chiusa. Non lo è. Alcune delle battaglie che i suoi autori credevano in via di risoluzione sono state riaperte, o non si sono mai chiuse.
L’educazione affettiva e sessuale obbligatoria nelle scuole è stata proposta e respinta in quasi ogni legislatura degli ultimi vent’anni. Il dibattito sull’autonomia dei minori nelle scelte di genere e identità — che il libretto del ’74 non nomina in questi termini ma anticipa nella sostanza — è oggi uno dei fronti più caldi della politica italiana ed europea. L’accesso all’aborto è formalmente garantito dalla legge 194 ma di fatto ostacolato in molte strutture dall’obiezione di coscienza, fino a livelli che il Comitato ONU per i diritti umani ha formalmente criticato.
Il diritto dei minori a essere ascoltati — nelle separazioni, nei procedimenti di tutela, nelle scelte sanitarie — è riconosciuto sulla carta e spesso ignorato nella pratica.
Il libretto terminava con uno slogan scritto a caratteri cubitali: «Non può esistere un rivoluzionario coi genitori». Era una provocazione. Ma dietro c’era una domanda seria: chi tutela il figlio quando è la famiglia il problema? Quella domanda non ha ancora una risposta soddisfacente.
