Il Cammino dissacrante di Zalone: la satira del sé in Buen Camino
imm. da web
di Bruno Marfé
Checco Zalone resta il solo regista‑attore italiano in grado di incassare cifre da blockbuster e di accendere allo stesso tempo un dibattito culturale serrato. È questo dualismo, tra consenso popolare e sospetto dell’élite, che ha reso ancora più inevitabile il confronto critico con Buen Camino. Ho preferito aspettare che si dissolvesse il rumore del dibattito mediatico attorno ai David di Donatello – tra accuse di snobismo dell’Accademia, l’assenza di Zalone alla cerimonia e l’ennesimo cortocircuito tra botteghini e giurie – per affrontare il film con la giusta distanza critica. Il risultato, bisogna ammetterlo, è profondamente spiazzante.
Se con Quo Vado? la satira colpiva il macro‑sistema sociale – il mito italico del posto fisso come unica forma di salvezza – e con Tolo Tolo si spingeva nei territori più scomodi della geopolitica e del cinismo globale, in Buen Camino Zalone, coadiuvato dal ritorno alla regia di Gennaro Nunziante, compie un’operazione ancora più intima e, per certi versi, crudele. Questa volta l’obiettivo si sposta dal pubblico al privato, andando a dissacrare la sfera della spiritualità, del rapporto filiale e della ricerca interiore.
Il meccanismo narrativo è un perfetto gioco di attriti. Prendere un protagonista che incarna il massimo del materialismo, del vizio e dell’egoismo contemporaneo e scaraventarlo a piedi lungo i sentieri secolari del Cammino di Santiago significa innescare un cortocircuito inevitabile. Basta la scena in cui il personaggio valuta il pellegrinaggio non in termini di penitenza o incontro con l’altro, ma come un’opportunità di “rigenerazione di marca” per capire come il film trasformi il sacro in un’esperienza sempre potenzialmente commerciabile. Zalone si muove costantemente in quel limbo ambiguo in cui lo spettatore non sa se ridere o irritarsi. Ci si ritrova a sorridere per la genialità della gag del “pesce fuor d’acqua”, un attimo prima di restare raggelati dalla totale mancanza di empatia del personaggio: la sua disinvoltura davanti alle sofferenze degli altri è la punta più aguzza della satira.
È proprio questa la cifra stilistica più interessante del film: il rifiuto categorico della redenzione zuccherosa. Laddove il cinema mainstream avrebbe imboccato la via facile del patetico e del ravvedimento spirituale, Buen Camino sceglie di rimanere irrisolto. Zalone non consola mai il suo pubblico. Al contrario, lo specchio che ci rimanda è quello di un’umanità che mercifica anche il sacro, che trasforma l’introspezione in un contenuto da social network e il pellegrinaggio in una performance egoistica. Anche la scrittura si fa meno “canzonatoria” e più asciutta, con un montaggio che non indulga nelle lunghezze teatrali tipiche dei suoi film precedenti, e una fotografia che spesso sottolinea, più che cancellare, il disagio del protagonista.
In conclusione, Buen Camino è un film che si ama e si odia contemporaneamente, e forse è proprio questo il suo valore maggiore. Non è una visione comoda. Ci lascia sulla poltrona con un retrogusto inquieto e un dubbio metodico: stiamo ridendo del personaggio sullo schermo, o stiamo ridendo, con un pizzico di colpevolezza, di noi stessi? Una partitura comica stonata e lucidissima, che conferma Zalone come l’unico vero, spietato moralista del nostro cinema contemporaneo.
