I Cossa, signori di Procida: cento facce, cento interessi, cento morali

Procida – Sono quasi inesistenti le tracce della famiglia Cossa a Procida. Eppure sono stati signori dell’isola per settantanove anni. Fu il figlio di Giovanni da Procida, Adenulfo da Procida, che vendette l’isola a Marino Cossa, nel 1340. I Cossa erano signori di Ischia, dediti, ogni tanto, ad azioni di pirateria, visto che sapevano condurre da maestri le navi. Pare che il nome del casato derivi da un nome antico di Ischia: “Coxa”, ma la famiglia faceva parte del Patriziato di Napoli, ascritta ai seggi di Nido e Capuana. Marino Cossa era un valente comandante di mare che partecipò alla presa di Lipari, isola che, dopo la rivolta contro gli Angiò dei Vespri Siciliani, organizzata da Giovanni da Procida, era rimasta in mano angioina nonostante tutta la Sicilia avesse cacciato via questi Francesi, preferendo ad essi il re Pietro d’Aragona. La famiglia apparteneva ad un patriziato importante, tanto che il sepolcro diMarino Cossa, figlio di Giovanni Cossa, che morì nel 1418, si trova esposto al Museo del Louvre nella terra a cui i suoi antenati erano stati nemici. I Cossa, o Coscia, come hanno tramandato la loro stirpe, furono duchi di Sant’Agata dei Goti, di Paduli, e Procida, feudatari di Buonalbergo, Grottaminarda, San Marcellino di Aversa, Vairano e altri piccoli centri della Campania. Uno di loro divenne Cavaliere di Malta nel 1577. Non era gente troppo affidabile, tanto che Pietro Cossa, governatore di Ischia, partecipò con Carlo II d’Angiò allo sbarco (disastroso) in Sicilia, fatto prigioniero dagli Aragonesi e giustiziato. Il figlio Michele passò con Ladislao di Durazzo, nemico degli Angiò, e poi con la regina Giovanna II, quale comandante delle grandi galee. Il figlio di Michele, Giovanni, conte di Trani, tornò sotto le insegne angioine fino al 1482, quando, all’assedio di Troia, passò di nuovo con gli Aragonesi, ormai vincenti un tutto il Sud, Pietro, 7° signore di Procida, nel 1510 si imparentò con i principi di Stigliano. Suo figlio, Giovanni Antonio, una testa calda, a Napoli litigava un po’ con tutti e si trovò a sfidare a duello parecchie persone tra cui Giovan Battista Maramaldo il figlio del più noto Fabrizio. L’ultimo Coscia di Procida fu Giovanni Vincenzo a cui fu tolta la signoria di Procida nel 1529 perché, con un ulteriore salto della quaglia, era passato dagli Spagnoli al servizio dei Francesi.Procida fu, quindi, data alla famiglia d’Avalos fedelissima della casa d’Aragona. I Coscia, però, non si allontanarono dalla partecipazione alla classe dei nobili, tanto che, nel 1746, un Coscia acquistò il prestigioso palazzo a piazza dei Martiri che oggi conosciamo come Palazzo Partanna perché acquistato da un’altra famiglia notevole di Napoli, i Grifeo, uno dei quali aveva sposato quella Lucia Migliaccio, tanto amata da re Ferdinando di Borbone che poi la sposò in punto di morte.

Cosa è rimasto a Procida di questi feudatari?Uno scudetto nella più piccola chiesa di Procida: san Rocco, in località Callia, e il nome di una famiglia che in qualche modo, anche oggi ricorda che nell’isola furono presenti questi signori: la famiglia Schiano di Coscia. Storia identica a quella del più famoso esponente dei Cossa: Baldassarre pirata, grande navigatore, cardinale, papa, poi antipapa, poi ancora cardinale, sempre ladro.Guardate la facciata della più importante chiesa di Bologna: san Petronio. Il piano basso è tutto rivestito di marmo; il piano alto è tutto nudo, solo di mattoni. Niente marmi!I marmi se le vendette il buon allora cardinale Baldassarre Cossa, poi papa, antipapa, Giovanni XXIII.

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