Sbatman: l’eroe di cui non avevamo bisogno (ma che ci rappresenta fin troppo bene)
C’è qualcosa di profondamente familiare nei fumetti di Stefano Galli.
Quel protagonista con la pancetta ostinata, gli occhiali scuri e una fiducia incrollabile nelle proprie capacità fisiche non è solo una figura comica: è uno specchio.
Uno specchio deformante, certo. Ma neanche troppo.
La sindrome del “fisico bestiale”
In un universo popolato da supereroi scolpiti nel marmo, Sbatman si guarda allo specchio e vede ciò che vuole vedere: forza, agilità, potenza. Non importa che la realtà racconti altro.
È il trionfo dell’autonarrazione sulla verità.
Il marketing di sé stessi portato all’estremo: prima ti convinci, poi – forse – convinci anche gli altri.
Un meccanismo che, osservando certa comunicazione politica contemporanea, suona tutt’altro che estraneo.
“Faccio tutto io” (anche quando non serve)

Sbatman non chiede, non verifica, non dubita: interviene.
Apre cofani, sistema problemi, prende iniziative – spesso su cose che non gli appartengono.
Il risultato è quasi sempre lo stesso: confusione, fraintendimenti, e una realtà che si incarica di rimetterlo al suo posto.
Qui la satira diventa più sottile: non è solo la caricatura dell’uomo che sopravvaluta sé stesso, ma quella di un’idea di leadership fondata sull’istinto, sull’urgenza di apparire risolutivi, più che sull’effettiva capacità di risolvere.
Il problema non è parlare. È essere ascoltati.
Sbatman chiama, si proclama, si annuncia.
Ma il mondo attorno a lui non reagisce come lui immagina.
L’unico eco, spesso, è casuale. Distratto. Indifferente.
È qui che il fumetto colpisce davvero: nella distanza tra la percezione di sé e la percezione degli altri. Tra il ruolo che ci si attribuisce e quello che il mondo, silenziosamente, ci riconosce.
Perché funziona (anche politicamente)
Le strisce di Galli funzionano perché non accusano: mostrano.
E nel mostrare rendono evidente quanto il confine tra sicurezza e autoillusione sia sottile.
Sbatman non è un eroe.
Ma non è neanche un semplice buffone.
È qualcosa di più scomodo: una versione esasperata – e quindi leggibile – di un atteggiamento diffuso. Quello di un’epoca in cui sembrare capaci conta spesso più dell’esserlo.
E forse è proprio per questo che fa ridere.
Perché, sotto sotto, è fin troppo riconoscibile.

