15/05/2026
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Sbatman: l’eroe di cui non avevamo bisogno (ma che ci rappresenta fin troppo bene)

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C’è qualcosa di profondamente familiare nei fumetti di Stefano Galli.

Quel protagonista con la pancetta ostinata, gli occhiali scuri e una fiducia incrollabile nelle proprie capacità fisiche non è solo una figura comica: è uno specchio.

Uno specchio deformante, certo. Ma neanche troppo.

La sindrome del “fisico bestiale”

In un universo popolato da supereroi scolpiti nel marmo, Sbatman si guarda allo specchio e vede ciò che vuole vedere: forza, agilità, potenza. Non importa che la realtà racconti altro.

È il trionfo dell’autonarrazione sulla verità.

Il marketing di sé stessi portato all’estremo: prima ti convinci, poi – forse – convinci anche gli altri.

Un meccanismo che, osservando certa comunicazione politica contemporanea, suona tutt’altro che estraneo.

“Faccio tutto io” (anche quando non serve)

Sbatman non chiede, non verifica, non dubita: interviene.

Apre cofani, sistema problemi, prende iniziative – spesso su cose che non gli appartengono.
Il risultato è quasi sempre lo stesso: confusione, fraintendimenti, e una realtà che si incarica di rimetterlo al suo posto.
Qui la satira diventa più sottile: non è solo la caricatura dell’uomo che sopravvaluta sé stesso, ma quella di un’idea di leadership fondata sull’istinto, sull’urgenza di apparire risolutivi, più che sull’effettiva capacità di risolvere.
Il problema non è parlare. È essere ascoltati.
Sbatman chiama, si proclama, si annuncia.
Ma il mondo attorno a lui non reagisce come lui immagina.
L’unico eco, spesso, è casuale. Distratto. Indifferente.
È qui che il fumetto colpisce davvero: nella distanza tra la percezione di sé e la percezione degli altri. Tra il ruolo che ci si attribuisce e quello che il mondo, silenziosamente, ci riconosce.

Perché funziona (anche politicamente)

Le strisce di Galli funzionano perché non accusano: mostrano.

E nel mostrare rendono evidente quanto il confine tra sicurezza e autoillusione sia sottile.

Sbatman non è un eroe.

Ma non è neanche un semplice buffone.

È qualcosa di più scomodo: una versione esasperata – e quindi leggibile – di un atteggiamento diffuso. Quello di un’epoca in cui sembrare capaci conta spesso più dell’esserlo.

E forse è proprio per questo che fa ridere.

Perché, sotto sotto, è fin troppo riconoscibile.

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