16/07/2026
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Giovani senza maestri. La crisi di una generazione e il silenzio degli adulti

La sedia vuota accanto a un giovane.

imm. Freepik

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di Roberto Alicandri 

Ogni generazione ha avuto i propri profeti di sventura. Da sempre gli adulti guardano ai giovani con una miscela di preoccupazione e diffidenza, attribuendo loro la responsabilità di una presunta decadenza dei costumi, della cultura e dei valori. È un atteggiamento antico quanto la storia stessa. Eppure, osservando con attenzione il nostro tempo, viene spontaneo capovolgere la prospettiva: siamo davvero sicuri che il problema siano i giovani?
Forse la questione è un’altra. Forse il disagio delle nuove generazioni non nasce da una loro mancanza, ma da una società che ha progressivamente smarrito la propria funzione educativa. Una società nella quale gli adulti faticano sempre più a essere punti di riferimento credibili e in cui l’educazione sembra spesso ridursi a una questione tecnica, dimenticando la sua dimensione più profonda: quella della testimonianza.

In questo senso appare ancora attualissima la lezione di don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana che ha dedicato la propria vita agli ultimi e ai ragazzi esclusi dai percorsi tradizionali dell’istruzione. Nella sua esperienza educativa non vi era spazio per il giudizio sommario sui giovani. Al contrario, egli invitava gli adulti a interrogarsi sulle proprie responsabilità, ricordando implicitamente che dietro ogni fallimento educativo vi è sempre una comunità che non è riuscita a farsi carico delle domande e dei bisogni delle nuove generazioni.
I giovani di oggi sono nati in un mondo che offre loro infinite possibilità di connessione ma sempre meno occasioni di incontro autentico. Vivono immersi in una realtà nella quale tutto è visibile e immediato, ma dove sempre più raramente qualcuno insegna il valore dell’attesa, del sacrificio, della profondità. Già nel 1967 Guy Debord, nel suo celebre saggio La società dello spettacolo, aveva intuito il destino della modernità. Secondo il filosofo francese, la vita sociale sarebbe stata progressivamente sostituita dalla sua rappresentazione. L’apparire avrebbe prevalso sull’essere. Oggi quella previsione appare quasi profetica. Le nuove generazioni crescono in una dimensione in cui l’immagine spesso conta più della sostanza, il consenso più della verità, la visibilità più della competenza.

I social network, lungi dall’essere la causa esclusiva del problema, rappresentano il simbolo più evidente di questa trasformazione. I ragazzi si trovano quotidianamente esposti a modelli di successo immediato, a vite apparentemente perfette, a una continua esibizione di felicità che finisce inevitabilmente per generare frustrazione, inadeguatezza e smarrimento. Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui e accusare la tecnologia. Gli strumenti non sono mai responsabili da soli. La domanda più importante riguarda chi avrebbe dovuto insegnare a usarli e a interpretarli.

La vera crisi del nostro tempo non è soltanto quella dei giovani. È quella degli adulti.
Per decenni abbiamo parlato di emergenza educativa senza renderci conto che l’emergenza riguardava anzitutto coloro che avrebbero dovuto educare. Abbiamo assistito a una progressiva perdita di autorevolezza della famiglia, della scuola, della politica e delle altre agenzie formative. Non perché siano venute meno le competenze, ma perché spesso è venuta meno la testimonianza. I giovani non cercano perfezione. Cercano autenticità.
La grande letteratura lo ha sempre saputo. Dante non attraversa l’Inferno da solo, ma ha bisogno di Virgilio. Telemaco attende il ritorno di Ulisse non soltanto come padre, ma come figura capace di indicare una direzione. Ogni percorso di crescita, nella tradizioneoccidentale, è accompagnato da una guida, da qualcuno che precede il cammino e ne illumina il significato.
Oggi, invece, molti giovani si trovano a navigare senza mappe. Non perché siano meno intelligenti o meno sensibili delle generazioni precedenti, ma perché troppo spesso mancano figure autorevoli e credibili. Gli adulti parlano di valori che non praticano, invocano il rispetto senza dare esempio di rispetto, chiedono responsabilità mentre essi stessi faticano ad assumerla.
È difficile insegnare la coerenza in una società che premia l’apparenza. È difficile educare alla verità in un tempo che confonde l’opinione con la conoscenza. È difficile trasmettere speranza quando i primi a sembrare disillusi sono proprio gli adulti.

Eppure, nonostante tutto, i giovani continuano a cercare. Cercano maestri, testimoni, figure credibili alle quali affidare le proprie domande. Cercano qualcuno che sappia ascoltare prima di giudicare e comprendere prima di condannare.
La sfida educativa del nostro tempo consiste allora nel recuperare il coraggio di essere adulti. Adulti capaci di indicare una strada con la propria vita prima ancora che con le proprie parole. Perché ogni generazione ha bisogno di esempi più che di prediche. E perché dietro molte delle inquietudini che osserviamo nei ragazzi di oggi si nasconde, forse, non una crisi dei giovani, ma il silenzio di chiavrebbe dovuto accompagnarli.

 Notizie sull’autore:

Roberto Alicandri è laureato in Scienze Religiose, Filologia e Linguistica Moderna. Docente presso la scuola secondaria di II grado, affianca all’attività di insegnamento un costante impegno nella divulgazione culturale e letteraria. È fondatore e direttore di Partiture Letterarie, blog dedicato alla letteratura, alla musica e all’approfondimento culturale, che ospita contributi di studiosi, docenti e appassionati. È autore del volume Musidante. La musica nelle opere di Dante Alighieri, studio dedicato al rapporto tra musica e poesia nell’opera del Sommo Poeta. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla letteratura italiana medievale e moderna alla storia della cultura, della musica e del pensiero religioso.

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