Libano: la pace promessa a parole e smentita dalle bombe
Il videomessaggio di Netanyahu del 10 giugno 2026 evoca prosperità e buon vicinato. Ma mentre le parole promettono pace, le forze israeliane occupano il sud del Libano dal 16 marzo e oltre un milione di civili ha già lasciato le proprie abitazioni.
di Bruno Marfé
Nel suo ultimo videomessaggio rivolto direttamente ai cittadini libanesi — diffuso il 10 giugno 2026, mentre le forze israeliane occupano il suolo libanese dal 16 marzo — il primo ministro Benjamin Netanyahu ha scelto una retorica dai toni quasi concilianti. Ha evocato i ricordi di una Beirut che fu: la cultura, i caffè, la tranquillità, prima che, secondo la sua ricostruzione, l’influenza iraniana e il controllo di Hezbollah trasformassero il Paese dei Cedri in un incubo. Il messaggio è apparso chiaro e lineare: «Israele non è in guerra con voi. Siamo in guerra con Hezbollah». Netanyahu ha descritto un futuro di cooperazione, prosperità e buon vicinato, individuando nelle milizie sciite l’unico ostacolo tra il Libano e una prospettiva di pace.
Se ci si fermasse alla superficie di questo discorso, si potrebbe persino intravedere una via d’uscita. Ma è proprio qui che si spalanca un profondo baratro etico e logico. Se l’obiettivo dichiarato è liberare una popolazione presa in ostaggio da un’organizzazione armata, come può la strategia adottata per salvarla coincidere con la devastazione di vaste aree del Paese che si intende sottrarre al suo controllo?
Mentre il premier israeliano promette ai libanesi un futuro di pace e prosperità una volta sconfitto Hezbollah, i numeri restituiscono un quadro ben diverso. Le Nazioni Unite hanno più volte lanciato l’allarme sulla gravità della crisi umanitaria. Secondo i dati diffusi dalle agenzie ONU e rilanciati anche dall’UNHCR, oltre un milione di persone è stato costretto a lasciare le proprie abitazioni, mentre circa un quinto della popolazione libanese risulta coinvolto direttamente dal fenomeno degli sfollamenti. L’ONU ha inoltre evidenziato come almeno 1,4 milioni di persone necessitino di assistenza umanitaria, tanto da essere costretta a raddoppiare gli appelli internazionali per la raccolta di fondi destinati all’emergenza.
La storia recente ci viene raccontata come l’era della guerra tecnologica, dei droni a guida millimetrica, della sorveglianza satellitare e degli algoritmi predittivi capaci di isolare un singolo bersaglio in mezzo alla folla. Israele, leader mondiale in questo settore, ha dimostrato più volte di possedere capacità operative e di intelligence senza precedenti. E allora sorge spontanea una domanda che non può essere elusa: perché, in presenza di tecnologie così sofisticate, il risultato sul terreno continua a essere quello denunciato dalle stesse agenzie delle Nazioni Unite? Se la tecnologia permette di vedere tutto e di colpire con precisione chirurgica, l’uso di ordigni ad altissimo potenziale distruttivo in aree densamente popolate non può essere liquidato come un semplice errore di calcolo. Quando interi edifici vengono rasi al suolo e famiglie intere — bambini, anziani, civili inermi — restano sepolte sotto le macerie, la narrazione della «guerra chirurgica» finisce inevitabilmente per incrinarsi. Diventa difficile spiegare a chi fugge con pochi averi tra le mani che quelle bombe stanno cadendo per liberarlo.
Non si può liberare un ostaggio sparando nel mucchio e sperando di colpire soltanto il rapitore.
Quando il prezzo pagato dai civili assume dimensioni di massa, nessuna ragione strategica può cancellare l’interrogativo morale che ne deriva. La sicurezza di una nazione non può essere edificata sul trauma generazionale di un popolo vicino. Ogni vittima innocente rischia di alimentare quel bacino di risentimento, disperazione e rabbia nel quale i fanatismi prosperano e si rigenerano. La storia del Medio Oriente, purtroppo, insegna da decenni che la distruzione può annientare edifici e infrastrutture, ma raramente riesce a cancellare le idee; più spesso, finisce per rafforzarle.
Le parole di Netanyahu nel video delineano una visione di pace e di futuro condiviso. Ma la pace non è un concetto astratto da evocare davanti a una telecamera mentre sul terreno si continua a contare i morti, gli sfollati e le macerie. Finché la distinzione tra terroristi e civili rischierà di ridursi a una formula retorica e propagandistica, quel profondo «ma» continuerà a pesare come una domanda irrisolta. Perché la strada verso un Medio Oriente più stabile e sicuro non può passare attraverso la distruzione sistematica del suo presente.
Fonti: dati e appelli delle Nazioni Unite e dell’UNHCR sulla crisi umanitaria in Libano; agenzia ANSA, Agenzia Nova (10-11 giugno 2026); rilanci delle agenzie internazionali.
