16/07/2026
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Israele davanti allo specchio: la guerra infinita e la crisi del suo modello storico

La manifestazione a Tel Aviv del 14 gennaio (ansa)
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di Bruno Marfé

Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sulla tragedia umanitaria di Gaza e sulle devastazioni nel Libano meridionale, all’interno di Israele sta emergendo una crisi più profonda. Una crisi che non riguarda soltanto l’andamento delle operazioni militari o il futuro politico del governo Netanyahu, ma investe alcuni dei pilastri sui quali lo Stato ebraico ha costruito la propria identità fin dalla sua nascita.
Per quasi ottant’anni Israele ha fondato la propria sopravvivenza su tre pilastri: la superiorità militare, la coesione nazionale e il sostegno degli alleati occidentali. Secondo dati del Taub Center for Social Policy Studies in Israel e di diversi istituti di ricerca strategica, tutti e tre questi elementi attraversano oggi una fase di crescente tensione, con ricadute che molti analisti — tanto israeliani quanto internazionali — definiscono strutturali più che congiunturali.
Il fronte settentrionale con Hezbollah rappresenta forse l’esempio più evidente delle difficoltà di adattare le tradizionali categorie della guerra a un conflitto asimmetrico e prolungato. La milizia sciita libanese, sostenuta dall’Iran, non è soltanto un’organizzazione armata: è un attore politico e militare profondamente radicato nel tessuto sociale del Libano, dotato di un arsenale imponente e di una sofisticata capacità di deterrenza. L’obiettivo dichiarato da Israele era quello di garantire il ritorno in sicurezza delle decine di migliaia di cittadini evacuati dalla Galilea — secondo l’Ufficio per la sicurezza interna israeliana, oltre settantamila persone — e di ripristinare quanto previsto dalla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. Eppure, a distanza di mesi, la situazione sul campo rimane aperta.
È una dinamica che solleva interrogativi crescenti anche all’interno della società israeliana. Osservatori di orientamento diverso — dal Jerusalem Post a Haaretz, da analisti del Begin-Sadat Center a studiosi della Hebrew University — concordano nel rilevare che la forza militare può contenere una minaccia, ma difficilmente può sostituire la diplomazia nella costruzione di un nuovo equilibrio regionale. Sul tavolo resta la complessa partita internazionale che coinvolge Stati Uniti, Francia, Libano e Iran, in assenza di un quadro politico regionale stabile.
Intanto, su entrambi i lati del confine, il prezzo umano continua a crescere. Secondo le Nazioni Unite, nel Libano meridionale centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni, alimentando una crisi umanitaria definita “estremamente grave” dagli organismi internazionali. Due popolazioni civili, separate da una frontiera e da decenni di ostilità, si ritrovano accomunate dalla medesima condizione di sfollati.
Ma è forse sul fronte interno che stanno emergendo le crepe più significative.
La lunga durata della guerra ha accelerato tensioni già presenti nella società israeliana. Lo scontro sulla leva obbligatoria degli ultraortodossi è diventato uno dei simboli di una frattura sempre più evidente. Con migliaia di riservisti richiamati per lunghi periodi di servizio — secondo il ministero della Difesa israeliano, le giornate cumulative di servizio dei riservisti hanno raggiunto livelli senza precedenti nella storia dello Stato — una parte crescente dell’opinione pubblica considera insostenibile il sistema di esenzioni concesso agli studenti delle yeshivot.
Il confronto tra laici, religiosi nazionalisti e comunità ultraortodossa non riguarda più soltanto differenti visioni del rapporto tra Stato e religione. Tocca il cuore stesso del patto sociale israeliano e la distribuzione dei sacrifici richiesti dalla guerra. Sondaggi condotti dall’Israel Democracy Index mostrano che il senso di ingiustizia legato a questa disparità è cresciuto in modo significativo nell’ultimo anno, con potenziali ricadute sulla coesione nazionale che analisti di diverso orientamento politico giudicano serie.
Parallelamente, anche il rapporto con molti alleati occidentali appare attraversato da tensioni. Se il sostegno alla sicurezza di Israele continua a rappresentare una costante della politica statunitense ed europea, crescono al tempo stesso le critiche — provenienti da governi, organizzazioni internazionali e opinione pubblica — sulle modalità della conduzione della guerra e sulle sue conseguenze umanitarie. È un fenomeno che rischia di incidere non soltanto sui rapporti diplomatici, ma anche sulla percezione internazionale dello Stato ebraico, con effetti difficilmente quantificabili nel breve periodo.
Più la guerra si prolunga, più emerge una domanda destinata probabilmente ad accompagnare Israele ben oltre la conclusione delle operazioni militari: fino a che punto una condizione di conflitto permanente è compatibile con la tenuta politica, sociale e morale di una democrazia?
Per quasi ottant’anni Israele ha creduto che la propria sopravvivenza dipendesse dalla capacità di vincere le guerre. Oggi il dilemma sembra essersi fatto più complesso. La vera sfida potrebbe non essere quella di conseguire l’ennesima vittoria militare, ma di comprendere se una guerra senza fine sia compatibile con la sopravvivenza stessa del modello di società costruito dal sionismo nel corso di quasi otto decenni.
Talvolta, le minacce più difficili da affrontare non sono quelle che arrivano dall’esterno. Sono quelle che, lentamente e quasi impercettibilmente, finiscono per consumare dall’interno la fiducia di una comunità nel proprio destino comune.

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