14/04/2026
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Il sabato sera di Pietro. Ricordo di un maestro attraverso gli occhi di un amico

PIETRO GARGANO ricordo
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Il ricordo di Pietro Gargano attraverso le voci, le strade e le piccole avventure di chi gli è stato accanto  

di Bruno Marfé

C’era un sabato sera preciso in cui tutto cominciava. Gli uffici del Chiatamone si riempivano di un’aria particolare – odore di carta, di caffè, di sigarette – e Pietro Gargano aspettava i suoi ragazzi. Non erano collaboratori, non ancora. Erano giovani che aveva scelto, che voleva portare dentro il mestiere dal lato giusto: quello polveroso, periferico, autentico.

Me lo racconta Paolo, amico torrese con cui condivido tante memorie napoletane. Lui a Pietro ci arrivò per vie affettive: era inseparabile da Peppe Falanga, compagno di mille avventure a sedici, diciassette anni. Peppe aveva un fratello, Andrea, e due sorelle. Una di quelle sorelle sarebbe diventata la moglie di Pietro Gargano. Fu così che il “Maestro” – come lo chiamavano, con rispetto e con un filo di ironia affettuosa – entrò nel cerchio degli amici di Paolo.

Il sabato sera, Pietro li mandava a seguire le partite di calcio dell’indomani nelle periferie. Cicciano, Arzano, Sessa Aurunca. Campi polverosi, calciatori spesso quarantenni, tribune di lamiera. Paolo e Peppe partivano con un taccuino, un po’ di entusiasmo e la consapevolezza che stavano imparando qualcosa. In cambio ricevevano piccoli rimborsi spesa – “piccoli tesori per ragazzi di quell’età”, ricorda Paolo – e qualche dritta preziosa su come fare il mestiere.

Una di quelle dritte riguardava l’arbitro. “Mi raccomando”, diceva Pietro con il suo fare complice, “scrivete che l’arbitro è buono, è amico mio!”. E il voto in pagella saliva a sette o a otto, a seconda del grado di amicizia dichiarata. Era goliardia pura, quella di Gargano. Ma dentro ci stava anche una lezione: il giornalismo di prossimità si fa con i rapporti umani, con la rete, con la fiducia coltivata nel tempo.

Paolo ricorda tutto questo con il sorriso di chi sa di aver ricevuto qualcosa di raro. E poi c’è l’episodio di George Weah, che vale da solo come ritratto d’epoca. Erano anni in cui il Napoli trattava l’acquisto dell’attaccante liberiano, e i giornali ne parlavano ogni giorno. Paolo in quel periodo lavorava a Montecarlo e girava per Napoli con la sua auto targata Monaco. Una mattina, a Piazza Municipio, lui, Pietro e Peppe si trovano fermi davanti a un parcheggiatore incuriosito dalla targa straniera.

L’illuminazione fu istantanea. Paolo indicò lo stemma del Napoli sulla sua giacca e, con la faccia più seria del mondo, spiegò all’uomo che quella era proprio l’auto di Weah – che lui doveva riportare all’Hotel Vesuvio dopo aver fatto il pieno. La reazione del parcheggiatore fu memorabile: “Mettetevi qua, io sono tifoso!”. E custodì l’auto come una reliquia.

“Era quella Napoli lì”, dice Paolo. Creativa, vivace, capace di trasformare una targa monegasca in una storia. Pietro Gargano quella Napoli la amava e la raccontava meglio di chiunque altro. Non a caso aveva scelto di abitarci in modo radicale: originario di Portici, aveva acquistato un grande appartamento nella zona del Cavone, che nel tempo era diventato qualcosa di più di una casa – un archivio, un museo privato, un deposito di storia partenopea accumulata per una vita.

Oggi Paolo lo piange come si piange un fratello maggiore. Uno di quelli che ti insegnano le cose senza sembrare di farlo, che ti danno la possibilità di sbagliare e di crescere, che ti mandano su un campo polveroso a Sessa Aurunca perché sanno che è lì che si impara davvero. Pietro Gargano era questo. E forse è questo il modo più giusto per ricordarlo: non solo con i titoli e le bibliografie, ma con un sabato sera al Chiatamone, un taccuino in mano e la sua voce che raccomandava di essere gentili con l’arbitro.

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