18/04/2026
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Caserta, la plastica entra nel cuore. E la scienza prova a rispondere

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Dal DiSTABiF dell’Università Vanvitelli emergono nuovi dati sulle microplastiche nel corpo umano e sulle possibili risposte della ricerca

di Bruno Marfé

CASERTA – Ci sono convegni che si limitano a informare. E altri che, invece, cambiano il punto da cui guardi la realtà.
Quello promosso dal DiSTABiF dell’Università Vanvitelli, nella Giornata Nazionale delle Università, appartiene alla seconda categoria.
Nonostante la vacanza accademica, l’Aula Magna era piena. Segno che, quando la ricerca riesce a farsi racconto accessibile, trova ancora una comunità pronta ad ascoltare.

Il ruolo del relatore: Iovino e il cuore del problema

Tra gli interventi – tutti caratterizzati da chiarezza e rigore divulgativo – quello del prof. Pasquale Iovino ha rappresentato il fulcro scientifico della giornata.
Il suo contributo non si è limitato a descrivere un fenomeno ambientale. Ha spostato il tema sul piano biologico, umano.
Le micro e nanoplastiche non sono più “fuori”. Sono dentro di noi.
Uno studio condotto proprio al DiSTABiF ha dimostrato la presenza di polietilene e PVC all’interno delle placche aterosclerotiche. Ma il dato più rilevante è un altro: i pazienti in cui queste particelle sono presenti mostrano un rischio di eventi cardiovascolari fino a 4,4 volte superiore.

Non è più una questione ecologica. È una questione clinica.

La normalità che espone

Uno degli aspetti più incisivi della relazione è stato il richiamo alla quotidianità.
Le microplastiche non derivano da comportamenti eccezionali, ma da gesti comuni: contenitori per microonde, bustine di tè con componenti polimeriche, bottiglie riutilizzate, tessuti sintetici lavati in lavatrice.
È una esposizione diffusa, continua, difficilmente evitabile del tutto. E proprio per questo, come ha sottolineato lo stesso Iovino, il punto non è generare allarmismo, ma comprendere e ridurre l’impatto.

Un passaggio personale: dalla sala a una conversazione globale

Durante l’intervento, un passaggio ha aperto uno scenario ulteriore: la possibilità di utilizzare enzimi – prodotti da batteri – per degradare la plastica, fino a ipotizzare, un giorno, applicazioni in ambito medico.

È stato in quel momento che, quasi istintivamente, ho condiviso questa prospettiva con l’amico ricercatore brasiliano Estácio Ferreira Ramos, con cui sono in contatto.

La sua risposta, arrivata in tempo reale, ha aggiunto profondità al quadro: la ricerca sui microrganismi capaci di degradare materiali complessi esiste, ma è frenata da costi elevati, difficoltà di isolamento e limiti tecnici legati alla non coltivabilità di molte specie.

Al termine del convegno ho riportato questo scambio al prof. Iovino. Ed è lì che il quadro si è ricomposto.

Da un lato, l’approccio “microbico” empirico, fatto di tentativi e complessità. Dall’altro, la strategia perseguita dal DiSTABiF con Stanford e Federico II: identificare direttamente gli enzimi e lavorare su una possibile applicazione controllata.

Due strade diverse, ma convergenti.

Le altre voci: chiarezza e divulgazione

Accanto all’intervento di Iovino, si sono distinti per linearità ed efficacia anche gli altri due contributi scientifici della mattinata.

La professoressa Claudia Ciniglia ha illustrato come le biomasse algali possano diventare risorsa centrale in modelli di economia circolare: un cambio di paradigma che trasforma un elemento naturale in leva per la sostenibilità produttiva.

La professoressa Giovanna Battipaglia ha aperto invece una finestra inaspettata sulla memoria degli alberi: attraverso la dendrocronologia — la lettura degli anelli di crescita — è possibile ricostruire la storia climatica e lo stato di salute di un ecosistema forestale con una precisione che pochi altri strumenti consentono.

Entrambi i contributi hanno confermato una qualità non secondaria della giornata: la capacità di rendere accessibili temi complessi senza rinunciare al rigore. Una divulgazione che non semplifica, ma avvicina.

La tavola rotonda: dalla ricerca alla responsabilità

La chiusura dei lavori ha riportato il discorso su un piano più ampio.

L’intervento di Laura Lombari (PlasticFree) ha ribadito un punto essenziale: la ricerca può lavorare sulla cura, ma la prevenzione resta decisiva.

Un’indicazione che assume peso particolare se si considera il territorio. Il professor Iovino, nel breve scambio avuto a margine del convegno, ha riconosciuto esplicitamente la rilevanza di Castel Volturno in questo momento storico: un’area in cui la pressione ambientale da plastica è tra le più significative della regione, e dove il lavoro sul campo — come quello svolto dalla sezione locale di PlasticFree — costituisce un presidio concreto, non retorico.

Accanto a Lombardi, sono intervenuti il Rotary Club Caserta, l’UNITRE e Legambiente, ciascuno dal proprio osservatorio, evidenziando la necessità di un impegno condiviso tra ricerca, associazionismo e comunità.

Una riflessione finale

Uscendo dall’Aula Magna, la sensazione non è stata quella di aver assistito a un semplice convegno.

Piuttosto, di aver visto da vicino un passaggio delicato: il momento in cui un problema ambientale diventa definitivamente un problema umano.

La scienza, anche a Caserta, sta provando a costruire risposte. Ma resta una domanda, inevitabile:

saremo più veloci a cambiare le nostre abitudini o ad aspettare una cura?

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