Febbraio 21, 2024

TERESA TRISCARI, Il viaggio più lungo – Piccole-Grandi Italie nella Mitteleuropa, Torri del Vento Edizioni, Palermo, 2023

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di Leo Luceri

[…] un viaggio per essere tale deve avere una durata, contenere soste, incontri, attese,              luoghi, sguardi negli orizzonti sconfinati, Storia e storie, ritrovamenti dell’anima, emozioni, speranze taciute e sottese, sogni non sognati.

La letteratura odeporica ha sempre riscontrato grande interesse, fin dall’antichità, probabilmente per il fascino che il viaggio ha su tutti, per la voglia di conoscere luoghi lontani e spesso considerati come difficilmente raggiungibili. In epoca moderna, segnatamente a partire dalla fine del XVIII secolo, sono in particolare l’Inghilterra e la Germania che vedono i maggiori rappresentanti di questo genere letterario, basti pensare a Goethe e al suo Viaggio in Italia. Ma anche il nostro paese vanta una tradizione non indifferente, con nomi famosi e a volte inaspettati, come Edmondo De Amicis (Spagna), Guido Gozzano (Lettere dall’India), Corrado Alvaro (Viaggio in Turchia, Viaggio nella Russia Sovietica, Un treno nel Sud) o Giovanni Comisso (Questa è Parigi, Cina-Giappone, Sicilia, Approdo in Grecia), solo per citarne alcuni.

Amo molto la letteratura di viaggio e da giovane, come è capitato a molti della mia generazione, uno dei miei miti era Bruce Chatwin. Più tardi mi sono appassionato a Patrick Lee Fermor, a Robert Byron e a tanti altri. Sono sempre stato attratto dall’altrove, dal senso di spaesamento che si prova viaggiando o semplicemente sognando il viaggio. Ho tuttora un sussulto ogni volta che all’orizzonte, al di là dell’Adriatico, si intravedono le montagne dell’Albania, il mio altrove domestico.

Con il passare degli anni, però, mi sono reso conto che amo ancora di più la sensazione contraria, di “appaesamento”. Intendo con ciò quella sensazione che si avverte quando si vive in luoghi distinti, a volte anche per poco tempo, e ci si sente comunque un po’ a casa. L’altrove che diventa casa per un periodo, che è vissuto pienamente, nel tentativo di conoscerlo al meglio attraverso le persone, la cultura, la storia. Per ragioni di lavoro, ma in fondo anche per scelta di vita, ho trascorso lunghi anni in Paesi diversi, e quest’atteggiamento, questa curiosità, intellettuale e umana, mi sono serviti ad ancorarmi, a ritrovare ogni volta un po’ di casa.

È per tutto ciò che l’ultimo libro di Teresa Triscari, Il viaggio più lungo – Piccole-Grandi Italie nella Mitteleuropa (Torri del Vento Edizioni, Palermo, 2023), ha toccato nel profondo le mie corde. Ho scoperto riflessioni, luoghi, persone che in un certo senso mi appartengono. Ho ritrovato soprattutto un’affine sensibilità, uno stesso sguardo sulle cose. Del resto è proprio nella Mitteleuropa che le nostre strade si sono incontrate, in Slovacchia, a Bratislava, dove l’obiettivo comune del nostro lavoro, seppur con modalità differenti, era la diffusione della lingua e della cultura italiana. Teresa, che all’epoca dirigeva il locale Istituto Italiano di Cultura, arrivava sempre col sorriso, spesso anche con l’ironia che la contraddistingue, ma soprattutto con il suo piglio deciso, fattivo, e la sua grande competenza e professionalità. Sono stati anni proficui e arricchenti per me che ho avuto il privilegio di poter collaborare con lei. Ricorderò sempre le nostre conversazioni sulla letteratura, la storia, l’arte e le sarò sempre grato per avermi offerto la possibilità di incontrare grandi personalità della nostra letteratura che venivano a Bratislava su suo invito. Dacia Maraini in primis, ma anche Claudio Magris.

E il nome di Magris ovviamente non viene a caso. È ben nota l’importanza delle sue prose di viaggio o dei suoi fondamentali saggi sulla cultura Mitteleuropea e sulla letteratura di lingua tedesca. Teresa Triscari conosce molto bene queste opere e non può non averle tenute in considerazione nella stesura di questi suoi studi e ricordi personali. In alcuni passaggi ripercorre itinerari simili, seguendo lo scorrere del Danubio.

Ma Il viaggio più lungo è caratterizzato da una maggiore partecipazione, un completo coinvolgimento, non è mai presente il distacco dello studioso. Teresa è lì, vive le incredibili situazioni storiche che l’epoca le riserva senza tirarsi indietro, pur nella dovuta discrezione che il suo ruolo le impone:

            Il viaggio deve tradurre quell’intimo bisogno di conoscere ed emulare, di peregrinare, di         essere migranti prima di tutto dell’animo, di trasmigrare nei fondali del pensiero dei               popoli e con i popoli.

E anche quando parla di personaggi vissuti in secoli passati lo fa con trasporto e, a volte, particolarmente nel caso di personaggi femminili,  con ammirazione o entusiasmo.

La narrazione, divisa in capitoli per luoghi e temi, segue tre linee differenti.

Da una parte il vissuto personale dell’autrice, gli incontri, le situazioni, le esperienze in ognuno dei diversi Paesi, tutto ciò che ha contribuito alla creazione delle sue “doppie cittadinanze” – come ben scrive Leszek Kazana nella prefazione – tutto ciò che fa sì che si crei “appaesamento”. Vive pienamente e concretamente la realtà, anche lasciandosi coinvolgere emotivamente. Molto significativo, da questo punto di vista, il toccante racconto delle sue visite nei brefotrofi di Bucarest durante il periodo della dittatura di Ceaușescu, con i bambini che le corrono incontro chiamandola mamma. Oppure il poetico gesto di raccogliere da terra, a Praga, una bambola di pezza, gettata via insieme a tante altre cose vecchie nell’euforia della caduta della cortina di ferro del 1989:

            Raccolsi una di quelle bambole di pezza rimaste lì, sulla via Tržiště, tra i cancelli           dell’Ambasciata di Bonn e le vetrate dell’Istituto Italiano di Cultura, e me la portai a casa                 dandole l’asilo affettivo che meritava e che, forse, con quegli occhi sbarrati,    chiedeva.

La seconda linea narrativa riguarda la storia dei Paesi in cui soggiorna. Non si limita alla descrizione dei luoghi, ma va sempre alla ricerca degli avvenimenti che li hanno forgiati. La sua testimonianza appare particolarmente interessante perché ha avuto la possibilità di vivere in questi Paesi quando erano ancora delle repubbliche socialiste, di vederne poi in diretta il crollo dei regimi e di soggiornarvi a lungo anche successivamente, quando ormai erano entrati a far parte dell’Unione Europea. Il suo ruolo, inoltre, le permette di conoscere personalità politiche e soprattutto del mondo culturale ed artistico con le quali intrattiene legami duraturi che le facilitano la comprensione degli avvenimenti.

Dedica ampio spazio alla Romania, che sembra forse il Paese più amato, alla “romanitas” orgogliosamente rivendicata dal suo popolo, al crogiolo di etnie che convivevano a Timișoara, al dispotismo di Ceaușescu e alla sua tragica fine. Ma altrettanto interessanti sono i capitoli dedicati alla turbolenta storia della Polonia o a personaggi di centrale importanza come il re ungherese Mattia Corvino.

Infine la linea di ricerca sulle “piccole-grandi Italie” presenti nella Mitteleuropa e nell’Europa dell’Est, sulle condizioni che hanno fatto sì che la nostra cultura, la nostra arte e la nostra lingua fossero, e siano tuttora, così ammirate e diffuse, con un’attenzione speciale al ruolo di alcune figure femminili che hanno favorito e arricchito questo fenomeno. Ed è proprio su questi temi che Teresa Triscari ci fornisce le informazioni più approfondite e probabilmente meno conosciute.

Solo per fare un esempio, traccia gli antichi rapporti della Polonia con l’Italia, a partire da Copernico, che studiò nel nostro Paese, passando per gli umanisti presenti a corte e presso l’Università Jagellonica di Cracovia, fino alla figura di Bona Sforza che rivoluzionò il gusto, lo stile, la cucina, oltre all’arte naturalmente, portando il Mediterraneo in quelle latitudini. E poi ci ricorda alcuni personaggi, in qualche caso poco conosciuti in Italia, che hanno contribuito alla crescita della Polonia e che perciò sono tenuti in grande considerazione in questo Paese.

I nomi, le relazioni, i racconti che ci fa Teresa, e che riguardano la Polonia, la Romania, l’Ungheria, la Cechia e la Slovacchia, sono talmente numerosi che è impossibile citarli tutti. Un’incredibile ricchezza di dati e di approfondimenti che rendono questo lavoro prezioso.

Fra i vari capitoli riguardanti gli stretti legami che uniscono l’Italia a questi luoghi, mi fa piacere ricordare quello su Odessa, città che purtroppo vive momenti difficili. Teresa Triscari ripercorre il periodo della sua fondazione, voluta da Caterina II e affidata in gran parte ad architetti italiani, da Francesco Boffo, che progettò la “celebre e maestosa scalinata Potëmkin”, ai molti altri che anche in seguito abbellirono la città, come Francesco Frapolli o Francesco Morandi. Tanti furono gli italiani che vi si trasferirono, incoraggiati dalla stessa imperatrice che voleva dotare la Grande Russia di un porto sul Mar Nero che guardasse all’Europa. Provenienti soprattutto dal Regno delle Due Sicilie – non solo da Napoli, anche se venivano chiamati tutti “napoletani” – portarono a Odessa la tradizione culinaria, oltre all’arte, alla cultura e in primo luogo alla musica. E questo fortissimo legame con la città partenopea è simbolicamente rappresentato da quella che si può considerare la canzone napoletana più famosa nel mondo, ‘O sole mio, che Eduardo Di Capua compose proprio qui durante una tournée.

Ma “il viaggio più lungo”, sembra suggerirci l’autrice, è quello della vita stessa. Non a caso apre il suo libro con un ricordo d’infanzia, con il trasferimento della famiglia dal Nord al Sud, in Sicilia:

            Non sapevo che quel viaggio, in realtà una trasferta, era solo l’inizio di un percorso, del             viaggio per antonomasia, una peregrinazione prima di tutto mentale ed emozionale, un         luogo dell’anima.

È lì che inizia il suo viaggio. Viaggio che è esso stesso “luogo dell’anima”, che la porterà a vivere in varie città italiane e in diversi Paesi europei, sempre, però, consapevole che nella parte più profonda del cuore ritroverà la sua “Sicilia dei gelsomini”.

Costruire la propria dimora nel viaggio, abitare allo stesso tempo più case, avere cittadinanze plurime, non sentirsi mai estranea, vivere alla ricerca, trovarsi sempre “all’alba di sogni non sognati”, questo è il messaggio che ci trasmette Teresa Triscari con il suo stile asciutto, concreto, preciso, ma che non perde mai quel tocco leggero dell’intimità, della partecipazione umana e della curiosità verso gli altri che la caratterizzano.


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