16/07/2026
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Quando la musica continua il suo viaggio. Storia di un pianoforte tra memoria e solidarietà

Storia di un pianoforte tra memoria e solidarietà.
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Un antico pianoforte napoletano, donato alla Casina Pompeiana e poi al Centro Fernandes di Castel Volturno, diventa simbolo di cultura condivisa, memoria e accoglienza

di Bruno Marfé

Prima ancora che fosse la città della canzone, Napoli fu anche la città dei pianoforti. Lo ha ricordato un recente servizio della TGR Campania, che ha riportato alla luce una pagina poco conosciuta ma straordinaria della storia cittadina: quella di una capitale europea della musica e dell’artigianato, capace tra Ottocento e Novecento di esportare strumenti e saperi in tutto il mondo.
Leggendo quel servizio, la memoria è corsa a una vicenda vissuta in prima persona. Una storia semplice e preziosa, che ha per protagonista un magnifico pianoforte verticale di fine Ottocento e che, nel corso degli anni, è diventata qualcosa di più di un oggetto d’epoca: un simbolo di memoria, cultura e solidarietà.
Quando ero responsabile della Casina Pompeiana, la storica struttura immersa nel verde della Villa Comunale di Napoli, la città viveva una stagione di grande fermento culturale. Fu allora che la prestigiosa ditta Alberto Napolitano, un nome che da generazioni rappresenta una vera istituzione per la musica napoletana, attraverso la sensibilità e la generosità di Marco Napolitano, decise di donare alla Casina un prezioso pianoforte verticale di fine Ottocento.

Da quel momento, lo strumento divenne parte integrante della vita della struttura. Tra conferenze, incontri e iniziative culturali, quelle antiche corde e quei tasti consumati dal tempo continuarono a svolgere la loro missione originaria: accompagnare la vita delle persone.
Tra i ricordi più cari, ce n’è uno che racchiude perfettamente lo spirito di quegli anni. Davanti a quel pianoforte, il maestro Bruno Venturini lasciava scorrere le sue mani sulla tastiera, quasi in un dialogo naturale tra la grande tradizione della canzone napoletana e un pezzo di storia dell’artigianato musicale cittadino.

Ma anche gli oggetti hanno il loro destino.
Con il mio pensionamento e con la successiva decisione del Comune di modificare la destinazione d’uso della Casina Pompeiana, gli ambienti dovettero essere liberati. L’amministrazione contattò Marco Napolitano chiedendo di ritirare il pianoforte. A quel punto, però, emerse un imprevisto burocratico: lo strumento non figurava più nei registri contabili dell’azienda e riportarlo indietro non era più possibile.
Che fare, allora, di quel silenzioso testimone di tanta bellezza?
La risposta arrivò quasi naturalmente. Insieme a Marco Napolitano decidemmo che la soluzione migliore fosse quella di donarlo al Centro Fernandes di Castel Volturno, luogo di frontiera, di accoglienza e di rinascita, da anni impegnato nel costruire percorsi di integrazione e di dialogo tra culture diverse.
Ed è qui che la storia assume i contorni di una coincidenza quasi cinematografica.

Proprio nei giorni in cui il pianoforte giungeva al Centro Fernandes, Rosaria Troisi compiva un gesto altrettanto carico di significato, donando il divano appartenuto all’indimenticabile fratello Massimo. Come se il destino avesse voluto riunire, nello stesso luogo e nello stesso momento, due frammenti diversi ma complementari della memoria culturale napoletana: uno fatto di musica, l’altro di affetti, ironia e umanità.
Oggi, entrando nel salone principale del Centro Fernandes, ci si imbatte ancora in quel pianoforte di fine Ottocento. Talvolta silenzioso, altre volte animato da mani nuove e da melodie diverse, continua a essere molto più di un semplice reperto di una stagione gloriosa dell’ingegno e dell’intraprendenza napoletana.
Perché, in fondo, gli oggetti più belli non sono quelli che si limitano a conservare il passato, ma quelli che riescono a continuare il loro viaggio.
E forse è proprio questo il destino più nobile della cultura: non restare chiusa nei luoghi in cui è nata, ma attraversare il tempo, cambiare casa, incontrare persone diverse e generare continuamente nuova bellezza.
Così, tra l’eco della voce di Bruno Venturini e il ricordo sorridente di Massimo Troisi, quel vecchio pianoforte continua a
fare ciò per cui era stato costruito più di un secolo fa: mettere in relazione gli esseri umani.
Perché la musica, come la memoria e la solidarietà, non conosce confini. E quando trova mani capaci di accoglierla, continua semplicemente il suo viaggio.

https://www.rainews.it/tgr/campania/video/2026/06/ingegno-intraprendenza-e-protezionismo-quando-napoli-era-regina-dei-pianoforti-c1405d42-ac36-49cf-b864-e893e8dacd86.html

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