Napoli nella fotografia di fine Ottocento

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di Antonio La Gala

Poco dopo la metà dell’Ottocento, quando la fotografia cominciò a diffondersi come mezzo di rappresentazione della realtà, essa veniva considerata come semplice supporto e complemento della pittura. Ciò accadeva sia per i ritratti che per la descrizione dei luoghi. Per questi ultimi, a Napoli come altrove, le fotografie sostituivano le immagini pittoriche cercate dai viaggiatori che desideravano conservare il ricordo delle cose viste durante il Gran Tour in Italia. Prima della fotografia gli artisti locali producevano immagini pittoriche generalmente su alti livelli qualitativi, trattandosi di una produzione rivolta ad una clientela culturalmente elevata. Così, parallelamente a quello letterario, si andava costruendo il “Voyage pittoresque” di Napoli e del Golfo. A mano a mano che la fotografia andava a sostituire acquerelli e stampe, iniziarono a operare fotografi che però affrontavano la descrizione dei luoghi con lo stesso animus del pittore, cercando cioè il pittoresco, la nota di costume. A Napoli si resero molto attivi fotografi di alto rango, primi fra tutti i fratelli Alinari e Giorgio Sommer. Quest’ultimo, in particolare, compilò un album che spaziava fra il 1875 e la fine del secolo, annotandovi anche delle didascalie. La produzione di queste immagini fotografiche, come quella precedente pittorica, essendo riservata ad una ristretta élite intellettuale, era sempre di alto livello, sia tecnico, che culturalmente interpretativo della realtà riprodotta, umana, sociale, ambientale. A Napoli, fin dall’inizio, oltre la produzione per i turisti, anche la fotografia che documentava ambiente e società si occupò quasi esclusivamente del vedutismo paesaggistico, dell’elemento pittorico, del folklore: il Vesuvio col pino, Santa Lucia, gli scugnizzi, i pescatori, i venditori ambulanti. La città non folkloristica, quella “normale”, forse anche perché Napoli aveva un carattere di città tradizionalmente “diversa” dalle altre, non fornì molte occasioni di essere fotografata, ed anche alcuni quartieri pur interessanti e popolosi, che però non offrivano niente di folkloristico da riprendere, furono del tutto ignorati. Inoltre le imprese di costruzioni che alla fine dell’Ottocento abbatterono mezza città per il suo Risanamento urbanistico dopo il colera del 1885, non avevano l’abitudine né la sensibilità di fotografare ciò che andavano a demolire.Infine, anche quando l’abitudine di ricordare i luoghi visitati invogliò la produzione delle cartoline, le sorelle povere delle allora costose fotografie, questa obbedì agli stessi criteri della produzione fotografica maggiore.In definitiva la conseguenza è stata che nella memoria storica fotografica di Napoli, le immagini del passato che ricordano i quartieri non folkloristici e tutto ciò che non serviva per ricordo turistico, sono ben poche. Spesso sono quelle che sbucano dalle “foto ricordo” degli album familiari, quasi sempre sotto forma di elemento ambientale, complementare, come sfondo, e purtroppo gran parte di queste vengono tuttora disperse dal tempo e dalla insensibilità di molti di coloro che svuotano gli “inutili” i cassetti degli anziani.Fortunatamente, per molte zone ignorate, la rappresentazione dei luoghi ci viene tramandata in maniera tutto sommato attendibile da un’abbondante produzione pittorica. Infatti nell’Ottocento e nel primo Novecento il clima artistico locale era orientato verso forme di pittura aderenti alla realtà, portando il cavalletto in campagna. In particolare, la pittura di quel periodo ha avuto il grande merito di aver rappresentato, si può dire in esclusiva, alcune zone di Napoli, come ad esempio Posillipo, il Vomero, l’Arenella, le zone agresti dentro e attorno alla città, oggi irrimediabilmente scomparse.


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