M’barka Ben Taleb a Ischia: quando la canzone napoletana parla arabo
M’barka Ben Taleb
M’barka Ben Taleb: una voce che da trent’anni costruisce ponti tra Napoli e il Mediterraneo. Il 5 luglio a Piazzetta Sant’Angelo, a Ischia il concerto “Inversa Africa”
di Bruno Marfé
C’è un momento, nei concerti di M’barka Ben Taleb, in cui il pubblico smette di chiedersi in che lingua stia cantando. “’O sole mio” in arabo, “Luna Rossa” in francese, “Dicitencelle vuje” a cappella in una versione che azzera le frontiere tra le tradizioni musicali del Mediterraneo: la lingua napoletana e quella araba, come lei stessa ha spiegato in più occasioni, sono più simili di quanto si pensi, e la loro unione produce emozioni che non appartengono a nessuna delle due culture in modo esclusivo. Il 5 luglio 2026, alle ore 21:00, Piazzetta Sant’Angelo a Ischia ospiterà il concerto “Inversa Africa”, evento patrocinato dal Comune di Serrara Fontana e organizzato dall’associazione culturale JAAZ. Sul palco, insieme a M’barka — voce e percussioni — si esibiranno Arcangelo Michele Caso al violoncello, Riccardo Antonielli alle percussioni, Gianluca Rovinello all’arpa e Francesco Di Cristofaro alla fisarmonica e ai fiati.
UN PERCORSO LUNGO TRENT’ANNI
Nata in Tunisia, M’barka Ben Taleb arriva in Italia alla fine degli anni Ottanta, prima a Milano, poi a Napoli — la città che diventerà il centro della sua traiettoria artistica. L’incontro decisivo avviene quasi per caso, in un locale di Pozzuoli: è lì che conosce Eugenio Bennato, che intuisce subito la potenza di quella voce e la profondità dell’affinità tra le due tradizioni musicali. Da quel momento, il percorso di M’barka si costruisce per stratificazioni successive: collaborazioni con Tony Esposito, Pietra Montecorvino, Gigi De Rienzo, Enzo Gragnaniello, Fausto Mesolella; album come “Passion Fruit” (2004) e il debut del 2005; e infine la consacrazione internazionale con i film di John Turturro “Passione” e “Gigolò per caso”, nei quali affianca — tra gli altri — Sharon Stone, Woody Allen e Sofía Vergara.
Centrale, in tutto questo percorso, è il sodalizio con il percussionista tunisino Marzouk Mejri, conosciuto trent’anni fa e da allora compagno di palco in decine di concerti. È con lui che M’barka ha costruito il nucleo artistico del progetto “Tunisi Canta Napoli”, che per anni ha trovato casa nella Casina Pompeiana di Napoli — istituzione culturale dedicata alla canzone napoletana — prima di espandersi ad altre città.
LA CASINA POMPEIANA E UN’AMICIZIA CHE DURA
Ho conosciuto M’barka in quel contesto, quando dirigevo la Casina Pompeiana. Era un periodo vibrante: il progetto “Tunisi Canta Napoli” portava ogni mese un pubblico diverso a misurarsi con una proposta culturale che non era né folcloristica né accademica, ma qualcosa di più raro — un dialogo genuino tra tradizioni che si riconoscono senza dissolversi l’una nell’altra.
Da allora i contatti non si sono interrotti. Pranzi e cene con amici comuni, una serata ad Aversa ospitati da Valerio e Rachele Cascella nel loro palazzo storico — oggi sede di eventi — e un incontro a Villa Domi dedicato ancora una volta al binomio Tunisia-Napoli. E poi le giornate nell’orto a Posillipo, affacciato sul golfo: un’altra M’barka rispetto a quella del palcoscenico, capace della stessa cura e della stessa radicalità che mette nella musica. Una donna che non separa mai il fare artistico dal vivere — e che in questo assomiglia, più di quanto sembri, alla città che l’ha adottata.
PERCHÉ “INVERSA AFRICA” CONTA
Il titolo del concerto non è un omaggio esotico. È una dichiarazione di metodo: invertire la direzione dello sguardo, leggere Napoli dall’Africa e il Mediterraneo da entrambe le sponde. In un momento in cui il dibattito pubblico sul Mediterraneo è dominato dall’emergenza — migrazioni, confini, tensioni politiche — la proposta di M’barka ricorda che quelle stesse acque sono state per secoli canali di scambio culturale, linguistico, musicale.
Non è un messaggio astratto. È incorporato nella voce, negli arrangiamenti, nella scelta dei brani. “La canzone napoletana è qualcosa di unico al mondo”, ha detto M’barka. “Ma se cantassi solo in napoletano non vi regalerei nulla di nuovo. Ci metto passione e cerco di trasmettere emozioni.” È esattamente questa tensione — tra fedeltà alle radici e apertura alla trasformazione — che rende il suo lavoro qualcosa di più di un esercizio di fusione musicale.
Il 5 luglio, a Sant’Angelo d’Ischia, sarà l’occasione per verificarlo dal vivo.

