11/03/2026
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MERGOGLINO: MERGELLINA tra leggende, fiabe e tradizioni

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di Silvana D”Andrea

Era “ll mar jalinus” con la trasparenza delle sue acque cristalline, un angolo di paradiso, un tempio d’immortalità, un oasi di pini marittimi, con un mescolarsi di profumi del mare e delle statuarie conifere, rifugio di anatre acquatiche.

Era il mare del leggendario Nicolò, il ragazzo pesce.

Un ‘enorme distesa di sabbia vulcanica si estendeva fino sotto la tomba di Virgilio, ai piedi del Monte Posillipo : uno scrigno che racchiudeva i mille volti dell’ammore: nel suo mare era nascosto l’amore fatale di una sirena che ammaliò con il suo canto e la sua bellezza, Mergoglino, un giovane pescatore che, per raggiungerla, morì affogato; l,”ammore” peccaminoso di Diomede Carafa ,un cardinale sedotto da donna Vittoria, immortalata come un diavolo, in una tela nella chiesa di SantaMaria del Parto; L’ammore tragico di un Principe morto di crepacuore per la perdita della sua amata, dalle cui lacrime nacque una sorgente, che fu eternamente sorvegliata dal suo fedele leone(la fontana del Leone) L ’ammore d’a Maronna della Grotta (Cripta Neapolita)per il popolo marinaresco che, in una notte di tempesta, sentendosi invocare da naufraghi che stavano affogando, corse in loro soccorso e perse la scarpetta sulla spiaggia, che fu ritrovata, il giorno dopo , piena di sabbia, dai fedeli. Il mantello della statua della Madonna era bagnato e mancava una scarpetta dai suoi piedi.

Il miracolo dello scarpunciello d’a Madonna ispirò il poeta Basile che scrisse la favola di Cenerentola.

E’ rimasta l’usanza di regalare alle spose una scarpetta, per buon augurio.

Nello stesso luogo dove sorgeva l’edicola della Madonna (Crypta Neapolitana), in tempi antichissimi, si svolgevano riti orgiastici settembrini, per il culto a Priapo, dio della fertilità, con le falloforie, processioni con giganteschi falli e feste di sfrenata immoralità .

Per combattere queste inveterate usanze, con la nuova religione, le pratiche religiose pagane si dovettero adeguare al nuovo culto e la festa rimase popolare, e ad essa continuarono a partecipare plebe e lazzaroni, scugnizzi e bazzarioti: e continuarono ad avvenire zuffe, baraonde e tumulti. Essa assunse, di secolo in secolo, toni sempre più scenografici e carnascialeschi.

Era l’abbuffata di giganteschi ruoti di peticciuoli, capezzelle , na Pieritotta e’ ammuina, con canti di villanelle e balli ncopp o tammurro(tamurriata) con putipù,scetavaiasse e triccaballacche, con il chiasso delle trummettelle, con processioni sempre irriverenti di carri allegorici riferiti a numi, alle muse, ai satiri, ai tritoni.

Il governo borbonico sostituì la festa della baraonda con la parata del re, una festa nazionale. Con la solennizzazione papale della Madonna di Piedigrotta, la festa rimase popolare e mantenne i toni religiosi con la processione della Madonna e la sfilata dei carri allegorici. Nel 1835 divenne, poi, Piedigrotta musicale con la canzone Te voglio bbene assaie che riscosse un successo mondiale. L’ammore del divino per il miracolo del parto della Vergine, ispirò Jacopo Sannazaro a comporre il poema De Partu Virginis e fece intitolare la chiesa:” Santa Maria del Parto” quando la fece costruire sul suo terreno. E qui che spense la sua vita, lasciando le ceneri nel marmoreo sepolcro dell’altare maggiore.

Tutt’ora la chiesa è venerata, in particolare dalle Napoletane.

Quel mare era riserva di pesca di Giulio Cesare, e poi anche di re Ferdinando IV e le sue acque hanno sempre nascosto grandi tesori faunistici, pesci saporiti, coralli rossi, bivalvi e “purpetielli” .

Lo scienziato Anton Dohrn ne rimase così affascinato, che fece costruire, a sue spese, la prima stazione zoologica al mondo.

La colmata di Santa Lucia seppellì l’intera spiaggia fino alla Grotta, e , con essa, la ricchezza di quel mare lasciando una piccola lingua di sabbia, un luogo di vita di poveri pescatori condannati a consumare una dura esistenza tra le baracche e il mare aperto.

Si è ristretto quel loro angolo di mondo mimetizzato con i colori del Vesuvio, con le barche tirate a secco sulla riva. Non ci sono più barche odorose di mare, non ci sono più le reti grondanti d’’ evera de mare, di granchi, di pesci lucenti impigliati nelle maglie, pochi sono i banchetti di legno con, sopra, spaselle di frutti di mare.

Non c’è più la mescolanza dii profumi del mare, di odori di taralli nzogna e pepe , do’ brore e purpo, de zeppole fritte, d’e fumanti alici into ‘o cuppetiello, in un tripudio di convivialità del vociare di zeppaiuoli e mellonari.

Quella scena che si è ripetuta per secoli e che, grazie a Raffaele Viviani con la sua opera: “Pescatori” , rivive con i sentimenti, le passioni, le storie, la tragicità della loro storia misera, con Zi Austino, O spasellaro, O ciceniello, O temmone, nel cuore dei Napoletani, è un luogo dove ormai si assembrano motoscafi di gran lusso, belli, ma senz’anima.

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