LA “TAZZINA DI CAFFE'”: un inchino
Espresso coffee in a glass cup on a dark rustic wooden table. Creamed coffee and roasted coffee beans. Selective focus
di Silvana D’Andrea
Sorseggiare “a tazzulella ‘e cafè” dall’ irrinunciabile aroma è un modo vezzoso di convivialità che ci accompagna nelle nostre abitudini, durante la pausa di lavoro, al risveglio del mattino, una vera cerimonia, un modo per abbandonarsi al proprio sentire, lasciando fluire emozioni, pensieri, e sensazioni.
Freddo,,caldo, schiumato o amaro è sempre lui, l’indescrivibile, che accende le nostre papille. Viene da lontano la nera polverina, è sopravvissuta nelle nostre case come eredità pulsante di epoche passate, testamento liquido delle forze che hanno ingentilito il mondo antico.
L’introduzione del caffè a Napoli lo si deve a Maria Carolina d’Asburgo andata in sposa a Ferdinando IV^di Borbone.
La regina ne faceva grande uso nella corte viennese e nella vita privata, non potendo dormire di notte a causa dei suoi diciassette pargoli.
La corte napoletana gradì subito l’amara bevanda e così anche il popolo napoletano superstizioso che lo considerò una bevanda anti jettatura.
Eleonora Pimentel Fonseca , prima di morire sul patibolo, chiese di bere il suo ultimo caffè, con le parole forsan haec olim meminisse juvabit” (“Forse un giorno sarà utile ricordare anche queste cose”). h
E’ entrato persino nei pensieri musicali di Bach che, nel 1734, abbandonando il rigore della musica sacra, compose la Cantata del caffè.
Protagonista di opere teatrali, da Goldoni a Eduardo, di canzoni, poesie, in tutto il mondo fu impiegato anche per scopi magici, per indurre poteri psichici paranormali, per prevedere il futuro, per trovare un oggetto smarrito.
La più autentica tra le tante versioni circa la sua origine è quella di un frate maronita(Nairoldi), che nei suoi trattati a stampa, evidenziava le proprietà eccitanti del caffè sulle sue capre dopo mangiato il verde arbusto .
Un medico bolognese” Rambaldi” dedicò tutti i suoi studi sull’Ambrosia arabica” sancendolo come un potente medicinale:, preservava dai calcoli e dalla gotta, sradicava le ostruzioni, quietava i tumulti degli ipocondriaci”, aguzzava la vista ecc.
.L’uso del caffè, adottato universalmente dall’Oriente, si perpetuò nonostante le leggi severissime e l’austerità della religione. In Turchia, il cahuè veniva consumato in botteghe pubbliche, negli Harem, invece, il “Gran Caffettiere serviva l’acqua nera in tazzine d’argento. Le leggi che regolavano l’esportazione erano severe e i trasgressori rischiavano la pena capitale.
Le prime coltivazioni dell’oro nero si ebbero nelle Antille francesi che divennero presto campi di battaglia contro i trafugatori europei.
Solo l’Olanda(1696), servendosi di spie, riuscì a trafugare i semi di caffè diffondendoli in tutta Europa. In Italia, l’oro nero contribuì a generare remore e pregiudizi di natura religiosa e culturale , in merito ai suoi effetti definiti poi diabolici, per il suo sapore amaro e scottante (come le pene del fuoco).
Bandito, dunque, dalla Chiesa e dai conservatori, si salvò dall’essere dichiarato diabolico, grazie all’asserzione di Papa Clemente III che lo aveva degustato.
Si propagò anche per tutte le regioni italiane attraverso il commercio marittimo: a Venezia era simbolo di amore: gli uomini omaggiavano le loro donne con regali di caffè e cioccolata. Nei primi luoghi di riunione (cenacoli)di pensatori, uomini colti e giocatori di scacchi, si serviva l’amara bevanda e solo nell’800, con l’apertura dei primi locali pubblici di degustazione, e in un lasso di tempo relativamente breve, aprirono un centinaio di caffetterie in città.
Almeno una trentina furono i caffè lungo via Toledo, con il Gambrinus si ebbe il picco maggiore. Erano luoghi di riunione di uomini d’affari, scienziati, filosofi. Alla loro chiusura entrava in scena il “caffettiere ambulante”, che girava tutta la notte silenziosamente con un urciuolo(recipiente chiuso ) per tenere calda la preziosa bevanda.
Il caffè promuoveva la lucidità di pensiero ed era dunque la bevanda ideale di scienziati, uomini d’affari e filosofi.
Il Corona virus non ha annientato l’abitudine della tazzulella e’ cafè che per tutti i Napoletani rimane un momento di aggregazione, anche se a distanza di un metro e mezzo.
