LA CARTOLINA DI NAPOLI
di Silvana D’Andrea
Sono sempre poche le parole per descrivere la bellezza del lungomare di Napoli e il Vesuvio che si staglia maestoso sullo sfondo del golfo.
Con il sole o la pioggia, la sua bellezza rimane inalterata, è la boccata d’aria dei Napoletani, è l’emozione dei turisti, è la passeggiata che ti regala la serenità.
E’ un’immagine cartolina, suggestiva che ha viaggiato nella storia.
Fu raffigurata nel Quattrocento con la tavola Strozzi” vista dal mare nella sua estensione e con altri due dipinti del Vesuvio contornato, però, dai costumi tipici campani.
Nel 1600, la cartografia napoletana produceva soltanto una grande quantità di immagini storiche, rilievi topografici urbani, per utilità tecnica e militare che, per renderla fortificata rase al suolo una quantità di preziosi monumenti . L’incomparabile bellezza del suo golfo rimase inalterata e fu l ’eterna ispirazione di poeti, disegnatori napoletani che la plasmarono con le gouaches”(,guazzo) un dipinto con acquerello e pennellate rapide (per non far essiccare il colore) su tavolette, fogli, tele inamidate e pezzi di carta: una pittura dal vero, fedele alla percezione ottica della realtà.
Ogni singolo panorama, monumento, luogo di interesse archeologico o storico, fu inserito in scene di vita quotidiana, nelle cerimonie religiose o laiche, come le danze.
Furono involontari creatori del “ vedutismo napoletano”e si contrapposero alla maestria dei pittori Caravaggeschi della scuola napoletana seicentesca fondata sulla pittura d’immaginazione, con paesaggi che fungevano da sfondo scenografico di personaggi divini e storici.
La pittura realistica fu reinventata, ricostruita idealmente, mantenendo la fedeltà della luce e dei colori.
Ebbe una maggiore fioritura nel secolo successivo(1700), quando Napoli, ritornata capitale del Regno, rappresentò un museo integrante per i patrimoni culturali, religiosi, storici, artistici.
Accogliente per il clima, i panorami e il florido mercato di coralli, legni intarsiati, ceramiche, prodotti enogastronomici, fu un’irrinunciabile tappa finale del Grand Tour ,il viaggio di formazione in Italia dei giovani rampolli dell’aristocrazia europea.
La presenza di sir William Hamilton della corte borbonica, appassionato di archeologia, strenuo sostenitore dei primi scavi di Pompei ed Ercolano, favorì l’arrivo dei ricchi grantourists, artisti, letterati, poeti che, a testimonianza del viaggio compiuto, acquistarono le artigianali gouaches dipinte su carta con collanti vegetali, leggere e facilmente trasportabili; così anche scritti, libri e le preziose ante litteram, primitive guide turistiche che mostrarono la città in tutti i suoi aspetti.
Napoli e i suoi dintorni, con le isole, divennero mete del turismo internazionale. Moltissimi viaggiatori artisti, paesaggisti stranieri si trasferirono nella capitale del Sud, per studiare la tecnica pittorica.
Nell’Ottocento la Gouaches napoletana si era rinnovata con nuove vedute: dalla raffigurazione di gruppi di popolani, con i mestieri napoletani, con centinaia di scene, una serializzazione iconografica che si inserì nel più vasto movimento artistico internazionale.
Nel 1810 un vedutista olandese Anton Sminck van Pitloo,e con un folto stuolo di artisti inglesi, francesi e italiani, , fondò la Scuola di Posillipo.
Con loro, Giacinto Gigante approdò ad un paesaggio trasfigurato dalla luce sperimentando una tecnica ad acquerello con cui riprodusse nelle proprie tele la sua Napoli, fotografando luoghi inediti di grande interesse.
Hackert con Pitloo furono gli iniziatori del rivoluzionario paesaggio romantico con una natura selvaggia ripresa “En plein air” all’aperto .
Posillipo era la meta preferita di Pitloo dove dipingeva i particolari scorci della veduta cittadina sul golfo con la Pines pinea in primo piano, un artificio compositivo per dare profondità al paesaggio che si spingeva fino all’orizzonte chiuso dal Vesuvio.
La svolta radicale dell’immagine di Napoli si ebbe nel 1890 agli albori della fotografia, divenendo simbolo dell’oleografia napoletana “a cartulina e’Napule con il pino”. Fu anche una canzone che Gilda Mignonette lanciò in una Piedigrotta a New York e che commosse migliaia di emigranti napoletani: E soffro mille spasimi,/nel cuore ho una spina/quando confronto l’America/ con questa cartolina.
