LA CARRIERA DI UN FIASCO
Fin dai tempi della Magna Grecia, in Italia il teatro è sempre stato in auge; anche al tempo del cosiddetto “teatro dell’Arte”, quando in conseguenza della dominazione di Spagnoli e Austriaci, si correva il rischio di essere imprigionati per una semplice battuta, semmai anche male interpretata, contro il Governo o contro un potente.
Gli attori specialmente comici si affidavano ad attori mascherati a cui donavano un canovaccio su cui introdurre considerazioni serie, doppi sensi, lazzi ed altro che servisse a suscitare l’ilarità degli spettatori, facendo passare, semmai ben nascosti, messaggi sociali che esprimessero le critiche, i bisogni, e le sofferenze del popolo.
Ogni Regione aveva più maschere caratteristiche territoriali che ripetevano modi di dire, inflessioni dialettali, comportamenti, e piccoli tic degli uomini politici del momento, e ogni maschera aveva un plafond di battute precostituite che distinguevano in una maschera da un’altra.
A Napoli vigeva da sempre la figura di Pulcinella, la maschera che vanto i natali più longevi facendosi risalire la sua maschera ai tempi pre Romani, alle popolazioni osche che amavano rappresentazioni agresti, ironiche, puntute e comiche affidate a personaggi intelligenti e spudorati come Mosco Cicirro che, è ancora ritenuto il papà di “Pulicinella”.
Come a Napoli, in altre parti di Italia c’erano attori che si specializzavano nella interpretazione di singole maschere.
L’attore seicentesco, Domenico Biancolelli, a Bologna, la città soprannominata “la dotta per via della sua Università, la prima in Italia, volle presentarsi al pubblico bolognese nelle vesti di Arlecchino e cominciò a riempire il canovaccio che gli era stato assegnato con i modi, le battute tipiche, le mosse, gli inchini propri di Arlecchino che è la maschera tipica dei Veneti, che sono completamente diversi per carattere dagli Emiliani.
Si presentò in palcoscenico con un fiasco di vino in mano e cominciò a rivolgersi al fiasco proprio come Arlecchino avrebbe fatto.
Era un attore navigato e subito avvertì che qualcosa non andava: il pubblico non rideva e prendeva le battute che per l’attore dovevano essere molto comiche per semplici freddure- tipo inglese, per intenderci- che non meritavano nemmeno la più piccola battuta di mano.
“Ho capito” disse ad un tratto Biancolelli, rivolgendosi al fiasco” in questa sala tu hai radunato tutte persone che ti tengono antipatico” e scese dal palcoscenico tra i fischi.
Fu l’ultima freddura.
Dopodichè si rese conto di aver fallito completamente lo spettacolo che aveva preparato.
Da allora, quando un attore fallisce una scena, si dice “Ha fatto fiasco“.
Da allora, quando un attore fallisce una scena, si dice “Ha fatto fiasco“.
L’espressione, invece, è piaciuta a tanti e dai palcoscenici è scesa nelle strade della vita quotidiana.
In Italia, quando una qualsiasi iniziativa non incontra il favore di chi doveva apprezzarla, non dico l’entusiasmo ma, almeno il supporto della gente, si dice “Ha fatto fiasco.”
Ma c’è di più.
Questa espressione è passata, con identico significato, anche all’estero perchè Francesi, Inglesi, Tedeschi, l’hanno tradotta alla lettera nella loro lingua e la usano con lo stesso significato.
Oggi, dunque, il “fiasco” come espressione, è un successo mondiale.
Immagine: listonemag.it
