14/04/2026
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Il senso del sacro tra diritto, arte e cultura della pace – Intervista  alla professoressa Maria d’Arienzo 

Il senso del sacro intervista alla dott.ssa D'Areinzo
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Intervista a Maria d’Arienzo, professoressa Ordinaria di diritto ecclesiastico canonico e confessionale dell’Università Federico II di Napoli e Presidente Nazionale Adec.

 

di redazione

Professoressa d’Arienzo, il titolo dell’incontro unisce “diritto”, “arte” e “cultura della pace”. In che modo questi tre ambiti possono dialogare oggi, soprattutto in un contesto educativo come quello di un liceo artistico?

Oggi più che mai è necessario riscoprire il legame profondo tra diritto, arte e cultura della pace, specialmente nei luoghi educativi. Il diritto non è solo un insieme di norme, ma anche un linguaggio simbolico e culturale che può promuovere inclusione, rispetto e giustizia. L’arte, da parte sua, ha la straordinaria capacità di rendere visibili i valori e le tensioni della nostra società, aprendo spazi di riflessione critica e consapevolezza. In un liceo artistico, questi mondi si incontrano naturalmente: gli studenti sono già immersi in un linguaggio espressivo che può diventare veicolo di messaggi etici e civili. Stimolare questo dialogo significa formare cittadini sensibili, capaci di leggere il mondo con sguardo complesso e responsabile.

L’iniziativa si inserisce nel progetto “Il senso del sacro”, alla quale partecipa ormai da anni anche in veste di artista, oltre che di docente universitaria. Lei riesce a coniugare riflessione giuridica, artistica e sociale. Come è nata questa sinergia e quali risultati concreti ha prodotto nel tempo?

La sinergia è nata quasi naturalmente, da una necessità interiore di superare i confini tra le discipline e restituire al sapere la sua dimensione integrale. Come docente e giurista ho sempre cercato di approfondire il significato delle norme giuridiche in relazione ai valori simbolici e culturali che le sostengono. Come artista, ho sentito il bisogno di tradurre in forme visive e percettive quei concetti che spesso rimangono astratti o inaccessibili. “Il senso del sacro” è stato ed è un laboratorio prezioso: ha prodotto mostre, seminari, dialoghi interreligiosi, percorsi formativi condivisi tra scuola, università e società civile. Ma soprattutto ha fatto nascere relazioni umane e intellettuali che proseguono nel tempo, contribuendo alla costruzione di un pensiero plurale e aperto.

In qualità di Presidente ADEC, lei rappresenta una comunità accademica che studia il rapporto tra diritto e religione. Come può il diritto ecclesiastico contribuire oggi alla costruzione di una cultura della pace e del dialogo interreligioso?

Il diritto ecclesiastico, nella sua dimensione più matura, non è semplicemente uno studio delle norme che regolano i rapporti tra Stato e confessioni religiose. È anche, e soprattutto, un luogo di riflessione critica sul modo in cui le istituzioni si pongono rispetto alla pluralità delle esperienze religiose. In questo senso, può contribuire in modo significativo alla cultura della pace, offrendo strumenti per il dialogo e per la tutela e la valorizzazione delle differenze. L’ADEC è impegnata da anni in questa direzione, promuovendo studi, pubblicazioni e momenti di confronto che mirano a una società più giusta e inclusiva, dove il riconoscimento reciproco diventa fondamento della convivenza.

La partecipazione degli studenti — sia del liceo che dell’università — è un elemento centrale di questa edizione. Che ruolo ha il coinvolgimento dei giovani nella trasmissione del “senso del sacro” e dei valori di convivenza civile?

Il coinvolgimento dei giovani è essenziale, non solo come destinatari ma come protagonisti del cambiamento. I giovani hanno uno sguardo ancora libero da schemi precostituiti e dimostrano una naturale inclinazione al dialogo e alla ricerca di senso. Trasmettere il “senso del sacro” oggi significa anche aiutarli a riconoscere ciò che è essenziale, inviolabile, comune: non solo nei codici religiosi, ma anche nella dignità umana, nella cura dell’altro, nella responsabilità verso il mondo. Attraverso l’arte, la parola, l’ascolto reciproco, i giovani possono essere veri mediatori di valori, capaci di rigenerare il tessuto etico e sociale delle nostre comunità.

Il tema di quest’anno, “Camminiamo uniti nella speranza”, sembra un invito collettivo. Quale messaggio desidera che i partecipanti portino con sé al termine di questo incontro?

Il messaggio che vorrei restasse nei partecipanti è che la speranza non è un sentimento vago, ma un atto di responsabilità. “Camminare uniti” significa riconoscere l’altro come parte del proprio cammino, superando paure e pregiudizi. Significa anche condividere una visione del futuro in cui la pace non è solo l’assenza di conflitto, ma la presenza attiva di giustizia, ascolto, solidarietà. Vorrei che ciascuno tornasse a casa con la consapevolezza che ogni gesto — un’opera d’arte, una lezione, una scelta etica — può essere seme di pace. E che, anche nel buio delle crisi contemporanee, la speranza rimane una luce condivisa, che ci guida e ci unisce.

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