10/03/2026
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digiuno emisticimo
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di Silvan D’Andrea

Il cibo, per secoli, è stato considerato dalle donne, una grande passione ma anche un’arma di seduzione, uno strumento di potere, un’occupazione ed un ruolo nella definizione della condizione femminile.

Il Cristianesimo costruì una doppia immagine della donna: Eva peccatrice, “Ianua diaboli(porta del demonio)” e Mulier sancta e venerabilis (Maria vergine). Una dicotomia che contribuì, nella società medievale, teocratica e maschilista, ad operare un processo di svilimento della donna, privata di ogni riconoscimento giuridico. L’uomo,padre o marito, esercitava su di esse una potestas”:la donna viveva sotto la protezione del marito/padre, relegata tra le mura domestiche, equiparate alla servitù come era trattata da noi ai primi albori del secolo,: non potevano sedersi a tavola, ma rimanere in piedi, alle spalle dell’uomo( marito o padre), per servirlo, a richiesta.

Inutili furono i tentativi di conquista di un ruolo decisionale

:A causa dei rigidi legami che dovevano essere rispettati, le donne iniziarono a rifiutare il cibo. Ma le complicazioni dell’atto nutritivo portarono gravi problematiche fisiche,individuate, dalla medicina medievale, come consunzioni nervose”(anoressia).

Reprimere l’alimentazione e la fame significava controllare il corpo, e la società religiosa impose la “continentia”, un rigido sistema alimentare,un distacco totale da tutti i sensi( ,impartita alle bambine, fin dalla tenera età), dal tatto alla vista e dal cibo .

La Chiesa produsse,anche, immagini di martiri e sante anoressiche” (Santa Caterina da Siena)che distruggevano il proprio corpo, divenendo serve di Dio e di nessun altro uomo.

La scelta della vita religiosa, della verginità, con il rifiuto del cibo, divenne per moltissime donne, una via per guadagnarsi uno spazio pubblico, per avere un ruolo attivo nel mondo esterno e per divenire parte di quell’universo che era prerogativa maschile.

I Conventi, rappresentarono non soltanto un rifugio, lontano dalle guerre, dagli stupri e dai saccheggiamenti, ma, anche, una salvezza per sfuggire alle regole di padri,fratelli o mariti violenti .

Le monache digiunavano fino allo sfinimento, concentrando gli stimoli della fame sull’eucarestia, divenendo loro stesse cibo, volte a realizzare “l’imitatio Christi”( avvicinarsi a Cristo).

I monasteri,divenute micro società con monache con abilità in tutte le arti, dalla manifatturiera a quella culinaria e dolciaria,produssero cibi simbolici destinati a ricordare eventi o figure particolari fortemente legati al calendario liturgico. A Napoli “la roccia artificiale( roccocò) del Real convento della Maddalena (nel 1320), le “monachine delle suore del” Convento delle Trentatrè”.,il dolce “Divinamore”. La roccia che dà miele(struffoli).

Ma gli aspetti macilenti, scheletrici, provocati dalle rinunce alimentari ,che incarnavano una natura dismorfica , divennero oggetto di sospetto dalla società sessuofobica, che, con la Santa Inquisizione, puntava sulla “ regola del peso”:. se il peso della sospettata era minore di quello previsto, in base all’altezza, era condannata perché considerata “strega capace di volare”, in quanto più leggera, o mistificatrice del cibo con l’uso delle erbe. Un buon pretesto, per mandare al rogo, un milione di donne, nell’arco di cinque secoli di potere della Chiesa.

Il cibo, dunque, è stato protagonista storico tra varie culture ed epoche, il cibo è stato un precetto della religione, è ricchezza e povertà, è sogno. Nella nostra tradizione contadina napoletana esisteva la consuetudine di offrire, come segno di cordialità ed amicizia, un dolce rurale:i taralli bagnati nel vino:

Fennesce tutto a tarallucce e’ vino!

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