Lo Sguardo Velato: quando l’Invisibile diventa Colore
Nereide - di Riccardo Riccio
Il finissage al Riot diventa occasione per esplorare lo sguardo velato di Riccardo Riccio, dove il colore diventa memoria e l’invisibile prende forma
di Bruno Marfé
L’11 aprile al Riot, al Vomero, si chiude la mostra di Riccardo Riccio, un percorso che interroga la percezione e ribalta l’idea di normalità visiva. Tra il buio poetico di Evgen Bavčar e il colore velato dell’artista napoletano, le opere diventano soglie che rivelano ciò che la superficie non mostra.

Napoli – C’è un momento, alla fine di ogni mostra, in cui le immagini sembrano cambiare natura. Non sono più soltanto opere appese a una parete, ma tracce di uno sguardo che ha attraversato chi le ha osservate. È quello che accadrà l’11 aprile al Riot, in In via Kerbaker 19 (vomero), Napoli, dove si chiude il percorso delle sette fotografie di Riccardo Riccio: un finissage che non è solo una conclusione, ma una restituzione.
È forse proprio da qui che bisogna partire per capire il senso più profondo del suo lavoro.
C’è una strana presunzione nel nostro modo di abitare il mondo: crediamo che “vedere” sia un atto puramente meccanico, un riflesso della luce sulla retina. Ma la vita, con la sua ironia tagliente, a volte ci mette davanti a circostanze apparentemente “incredibili” che frantumano ogni nostra certezza sulla normalità.
Che cosa succede quando un fotografo è non vedente o ipovedente? Ci costringe a una brusca frenata. Ci obbliga a chiederci se quello che abbiamo visto finora sia stato solo un abbaglio superficiale. È in questo spazio di “cecità illuminata” che il lavoro di Evgen Bavčar incontra la sensibilità cromatica di Riccardo.
La Normalità messa in discussione
Siamo abituati a pensare all’arte visiva come al regno del dettaglio nitido, della perfezione ottica. Incontrare l’opera di Bavčar — che fotografa il buio accarezzandolo con piccole luci come se fossero dita — ribalta il concetto di normalità. Non è la mancanza di vista a definire l’opera, ma la presenza di una visione interna.
In questo scenario, l’arte di Riccardo si inserisce come una traduzione cromatica di questo sentire. Se Bavčar lavora sull’assenza fisica per trovare la presenza mentale, Riccardo lavora sulla presenza velata.
Il Colore come Velo: L’estetica di Riccardo
L’aspetto principale dell’arte di Riccardo sembra essere un uso particolare, quasi onirico, del colore. Le sue tinte non sono mai aggressive o sfacciate; appaiono sempre filtrate, avvolte da una patina che sembra dire: “Non è tutto qui, c’è dell’altro sotto”.
Questo colore velato è l’equivalente visivo della memoria o del desiderio. È una scelta stilistica che riflette perfettamente la consapevolezza che non sempre la vita ti fa “vedere” quello che immagini. Spesso, l’immagine ideale che abbiamo in testa è separata dalla realtà da una nebbia sottile. Riccardo non cerca di dissipare quella nebbia, ma la dipinge.
Due mondi, un’unica Essenza
Mentre Bavčar afferma che il suo compito è ricongiungere visibile e invisibile, Riccardo sembra rispondergli attraverso la materia:
“L’essenza dello sguardo non sta negli occhi, ma nella capacità di percepire ciò che la superficie nasconde.”
In entrambi gli artisti, l’opera d’arte non è una finestra aperta sul mondo esterno, ma uno specchio rivolto verso l’interno.
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Le Opere: due soglie sul mistero
Guardare le fotografie di Riccardo è un’esperienza che smentisce ogni aspettativa.

Nella prima immagine, un bambino ci fissa con occhi di un azzurro impossibile — un azzurro che non dovrebbe appartenere a quel viso, a quella luce, a quel mondo. La mano che sfiora la bocca è un gesto antico, di attesa o di trattenimento: qualcosa sta per essere detto, o forse non verrà detto mai. La dominante cromatica è una verde-grigia desaturata, quasi una velatura di memoria, che avvolge tutto tranne quegli occhi. Ed è proprio lì la rottura: nel colore che non è velato, nell’unico dettaglio che brucia nella nebbia.
Riccardo sembra suggerire che l’invisibile non si cela nell’oscurità, ma si rivela esattamente dove non te lo aspetti — in un’anomalia, in un’eccezione fisiologica che diventa metafora della percezione fuori schema.

La seconda immagine rovescia la proporzione. Un cielo rosa-sabbia occupa quasi l’intera superficie, una distesa monocroma che potrebbe essere parete, deserto, o tempo sospeso. Solo in basso, come una scrittura cuneiforme tracciata sull’orlo del mondo, sei figure giocano a calcio su una spiaggia. Il mare è una sottile linea turchese, appena accennata. L’orizzonte non divide: unisce.
I corpi sono piccoli, quasi astratti, eppure vivi di un movimento preciso. Tutta l’energia dell’immagine è concentrata in quella striscia minima di esistenza reale sotto l’immensità rosa del nulla. Il colore velato qui non è una patina sull’oggetto: è l’oggetto stesso. La vastità cromatica del vuoto è il soggetto, e la vita umana vi galleggia come una nota a margine indispensabile.
Conclusione
Tra l’oscurità cercata di Bavčar e il colore velato di Riccardo corre un filo invisibile: la certezza che l’arte non serva a vedere meglio, ma a sentire oltre.
E forse è proprio questo che resterà, anche dopo che le luci del Riot si spegneranno e le sette fotografie lasceranno le pareti: non le immagini in sé, ma la traccia di uno sguardo diverso, capace di insinuarsi sotto la superficie delle cose.
Un bambino con occhi impossibili e sei figure minuscole sull’orlo di un cielo rosa ci dicono la stessa cosa: la realtà più vera non è quella che si mostra per prima. È quella che resiste, che si nasconde appena sotto la superficie — e che aspetta uno sguardo capace di meritarsela.
INFO: Riot, via Kerbaker 19 (Vomero), Napoli – Tel 081 19578491 https://riotconceptstore.it/
