• January 23, 2019
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UNA SIRENA MENAGRAMO

Napoli, la città delle Sirene, annovera una vera e propria sirena  “portasfortuna”.

Non era una sirena come Partenope o come Leucosia, era una costruzione alla base di Posillipo, quasi sulla spiaggia di Mergellina, proprio dove pare che la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo avesse una sua piccola residenza.

Quivi ella, nota per le sue passioni amorose (ormai aveva quasi quarant’anni) non disdegnava di incontrare giovanotti prestanti di origine più popolare che nobiliare.

Ella attirò un giorno un bellissimo marinaio di Mergellina- la tradizione ci trasmette pure il nome: beppe- che la seguì nella sua tenuta benchè fosse prossimo alle nozze.

“La Sirena” si chiamava questa costruzione quattrocentesca.

E la Sirena non poteva restituire le sue vittime: che avrebbero poi detto di lei i suoi sudditi?

La fidanzata del promesso sposo ebbe la forza di sperare per tre giorni: poi, presa dallo sconforto e dalla rabbia, raccolse tutte le sue energie psichiche e pronunciò una feroce maledizione contro la sua regina e contro quella casa sul mare.

La maledizione colse e durò per anni tanto che persino il re di Francia cercò di non sfidare la sorte per quella casa.

Infatti  Carlo VIII, quando venne ad occupare Napoli, confiscò la costruzione al legittimo proprietario, barone Roberto Bonifacio, leale feudatario di  Federico ultimo re aragonese di Napoli.

Il barone Bonifcio si recò fino a Parigi per chiedere la restituzione della sua proprietà facendo leva proprio sulla cattiva fama che si era accumulata su “La Sirena”  “Dall’amore che porto alla Sua Maestà, e non dal mio privato interesse, sono mosso a supplicarla che mi voglia restituire quel bene che ora è di proprietà del fisco. Sono già morti due possessori prestamente e temo che essa possa pregiudicare la Maestà Vostra.”

Il sovrano tra il sorriso e la paurella, accettò di restituire “La Sirena” al barone Bonifacio per soli 25000 ducati.

Dopo poco al Bonifacio morirono, uno dopo  l’altro, i suoi tre figli maschi.

La villa fu poi venduta ad un non Napoletano, che nulla sapeva della vicenda, provenendo da Genova: il nobiluomo Gianfrancesco Ravaschieri, che, dopo averla ristrutturata, la vendette a Luigi Carafa, principe di Stigliano: ed ecco la strage degli Stigliano. Il principe perde, uno dopo l’altro i due nipoti maschi, poi perde anche il figlio maschi ed, infine, muore lui stesso.

La villa rimane in proprietà della bellissima e ricchissima  principessa Anna di Stigliano che va in moglie al vicerè di Napoli don Ramiro Guzman duca di Medina: quello della famosa fontana che ora fa bella mostra di sè nei giardini di piazza Municipio.

Il Medina, che, intanto, aveva scelto di dimorare a Procida, nel 1636 convolò a nozze con donn’Anna celebrando il matrimonio non a villa Sirena ma nel palazzo di Stigliano presso la porta di Chiaia.

La coppia vicereale cominciò ad avere figli: ne ebbe tre, tutti morti in tenera età.

La coppia regale sceglieva villa Sirena solo per feste e festini, sfoderando un fasto e un lusso che ancora oggi si chiama di tipo spagnolesco. Poi, visto che, per il loro lusso, la villa di Posillipo era troppo angusta, decisero di ristrutturarla dalla base e chiamarono Cosimo Fanzago a progettare ed eseguire i lavori. Il progetto era bellissimo

La nuova costruzione era ormai quasi finita e aveva già preso il nome della sua proprietaria: donn’Anna.

Il nuovo nome, però, non servì a schermare  la proprietaria: nel 1644 il duca di Medina fu richiamato in Ispagna e donn’Anna rifugiatasi nella sua villa di Pietra bianca a Portici, nell’ottobre del 1645 se ne morì sola sola.

Si concluse così la maledizione della popolana di Mergellina contro “La Sirena” di Posillipo: ma i lavori al palazzo non furono mai finiti perchè il duca di Medina non volle conservare quel magnifico palazzo.

Eppure, quel palazzo, incompleto com’è, emana un suo strano fascino con i suo balconi e le sue terrazze mai rifinite: tanti pittori si sono cimentati con le sue rovine a tradurre il mistero e il richiamo che la loro sensibilità di artista avverte ma che il loro pennello stenta a tradurre in un linguaggio comprensibile a tutti.

eNNe

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