racconti ed incontri inediti con Renato Carosone

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a cura di Raffaele Bocchetti

Nell’ottobre del 1984 fui ospite  del grande Renato Carosone, nella sua villa sul lago di  Bracciano.

Tutti sanno che Carosone è stato un grande pianista e un grande ed estroso innovatore della canzone italiana, ma pochi sono a conoscenza delle sue enormi doti di poeta e pittore.

Ci accomunavano quindi tre  grandi passioni, la musica, la poesia e la pittura.  Mi mostrò con grande  modestia tutta la sua produzione di disegni che io trovai di grande rilevanza e di inconfondibile stile in quanto con pochi essenziali tratti, magistralmente traduceva in espansione cromatica un profondo sentimento poetico. Conservo con orgoglio due sue opere che volle regalarmi quando ci salutammo. Come sempre accade, quando si incontrano due amici artisti legati  dagli stessi ideali,  inevitabilmente  la conversazione cade sull’argomento a loro più caro.

Iniziammo a parlare di musica  e di tradizioni musicali napoletane. Mi raccontò del suo non facile percorso artistico, del suo sbarco a Massaua in Eritrea  e del mancato successo della sua prima compagnia musicale, della sua esperienza ad Asmara. E poi dei suoi successi che lo portarono all’apice della classifica internazionale dei musicisti.

Carosone, da profondo conoscitore della storia della canzone napoletana, con quella sua espressività di eterno scugnizzo che lo ha sempre distinto, mi raccontò di uno strano aneddoto accaduto nel 1885, quando Salvatore Di Giacomo produsse  tre famose canzoni: Carulì, Era de maggio e Oilì, Oilà: nella Piazza del Plebiscito e, contemporaneamente nella villa comunale, si tenne a battesimo la canzone Oilì, Oilà! Questa canzone fu sonoramente fischiata nella Piazza mentre nella villa comunale riscosse un grandissimo successo. La notizia si sparse per la città e subito si formarono due cortei: l’uno proveniente dalla piazza del Plebiscito con i detrattori della canzone e l’altro, con i sostenitori,  proveniente dalla Villa comunale. Le due fazioni si scontrarono a metà strada e vi furono tafferugli e pestaggi. La cosa non sfuggi alla cronaca e la notizia dilagò su tutti i giornali d’Italia che contribuirono alla insperata pubblicità di Salvatore Di Giacomo, che assurse poi agli onori della gloria come uno dei più importanti rappresentanti della canzone, o meglio, della cultura italiana. In quel momento  si capì quale valore avessero la musica e la canzone nella vita dei napoletani. Salvatore Di Giacomo, con Ernesto Murolo, Libero Bovio ed E. A. Mario fu l’artefice della più alta espressione della canzone napoletana e la sua poesia divenne patrimonio non solo partenopeo ma universale.

Carosone era una persona meravigliosa che nascondeva la sua grandiosità artistica dietro un’espressione facciale di persona semplice con un sorriso birbante e canzonatorio disarmante.

Continuò a parlarmi di Di Giacomo tra un bicchiere di ottimo vino locale e un’ottima frittura di pesce in un ristorante che dava proprio sul lago. Mi  raccontò di un raccapricciante e allo stesso tempo esilarante evento che caratterizzò la vita di Salvatore Di Giacomo che, dopo aver conseguito con successo la maturità liceale, si iscrisse, per volere del padre, alla facoltà di medicina, ma durante  una lezione di anatomia, un bidello che si apprestava ad aprire la porta dell’aula di anatomia, inavvertitamente lasciò cadere un cesto colmo di brandelli umani su cui gli studenti si sarebbero dovuti esercitare. Braccia, gambe e organi interni si sparsero per le scale. Di fronte a quel macabro spettacolo Di Giacomo scappò via inorridito e non fece più ritorno tra i banchi universitari. Napoli così perse un medico ma acquistò certamente un grande esponente della cultura. Infatti Di Giacomo non fu solo poeta, ma drammaturgo, saggista, novelliere e giornalista e, inoltre,  collaboratore richiestissimo dalla stampa del momento. Era un estimatore della buona tavola e ai ristoranti di lusso preferiva le buone trattorie dove con aria trasognata trangugiava qualche buon  bicchiere di rosso.

Stranamente non amava “Marechiaro” la canzone che contribuì in maniera determinante al suo successo e una sera al “Gambrinus”, durante un convegno di importanti personaggi del mondo della cultura, una bellissima signora gli si avvicinò e, con aria ammirata e un largo sorriso,  gli disse: “Maestro, Marechiaro è la canzone che preferisco”. Lui, con aria sprezzante, si alzò ed andò via senza neppure risponderle. Avrebbe preferito che la signora gli avesse parlato di “Assunta Spina “ opera di grandissimo successo a cui teneva tantissimo. Se vogliamo Marechiaro, pur essendo famosissima, non è la più bella canzone di Di Giacomo. Fu  un prodotto destinato alla celebrità ma principalmente per la musica dell’originalissimo Francesco Paolo Tosti, che ne fece una serenata dolcissima.  Per Di Giacomo, che mal sopportava  la preminenza del musicista, quella era una canzone il cui testo rappresentava delle immagini decisamente scontate con Carulì affacciata alla finestra adorna di garofani mentre di sotto i pesci fanno l’amore. Tra l’altro confidò di non essere mai stato a Marechiaro e di non aver mai visto Carulì alla finestra né di averla mai conosciuta. Si seppe dopo che una certa Carolina, proprietaria di un ristorante a Marechiaro nelle vicinanze della finestrella, si vantava di essere la ragazza resa immortale dalla canzone e che di Di Giacomo si era invaghito  di lei. Per Carosone si trattava solo di millantato credito.

Nel 1924 Mussolini nominò senatori Salvatore Di Giacomo e Ugo Ojetti, ma il senato bocciò la nomina del napoletano con la seguente motivazione: “Piedigrotta non può entrare in Senato”. Per solidarietà Ugo Ojetti rifiutò la nomina e scrisse: “Arrossirei al pensiero di entrare in Senato per censo, mentre viene vietato di entrarvi ad un grandissimo poeta, solo perché povero”. Questo atteggiamento discriminatorio, insieme a tanti altri, favorì la secessione letteraria, frutto anche dell’amara delusione della cultura meridionale che vide il fallimento della “rivoluzione” promessa e non  mantenuta dai “liberatori” piemontesi.

Per inciso possiamo dire che al grande poeta  è stata riservato lo stesso trattamento discriminatorio, post mortem, dal peggior ministro della pubblica istruzione, Maria Stella Gelmini, allorquando eliminò dai programmi scolastici tutti gli autori meridionali tra cui Quasimodo, Sciascia, Rea, Serao e lo stesso Di Giacomo. Quando nel 1929, fu nominato accademico d’Italia, Di Giacomo non possedeva un abito tale da consentirgli di partecipare alle sedute: aveva un cappotto così vecchio che aveva cambiato colore tanto che lui, scherzando, diceva: “Era di un bel colore Marrone, sta diventando Rousseau, bisogna che lo faccia Voltaire”. Salvatore Di Giacomo ha avuto il merito di portare nuova linfa nella poesia italiana e di aver conferito un titolo di nobiltà alla canzone napoletana che senza di lui forse sarebbe rimasta a livelli popolareschi.  Quando chiesi a Carosone come fosse venuto a conoscenza di quei fatti così personali mi rispose sorridendo: “Le ho apprese da suo nipote Gegè Di Giacomo”. Infatti Gegè, grande batterista, fece parte del famosissimo trio Carosone – Di Giacomo – Van Wood. In quel periodo Gegè non stava bene e Renato era molto preoccupato per la sua salute.

Il virtuosismo di Gegè era straripante e a tal proposito mi raccontò di come lo avesse ingaggiato quando decise di affiancare a Van Wood un buon batterista. Gegè Di Giacomo fu convocato presso il locale “Shaker Club” di Napoli ove si presentò in ritardo, senza batteria e dotato solo di due bacchette di noce dalla forma tutta particolare. Carosone a muso duro gli chiese che fosse venuto a fare senza strumenti e lo invitò ad andarsene. Ma Gegè non si perse d’animo e sorridendo prese una sedia di legno, raccolse  diversi bicchieri di varia misura, un vaso di terracotta, un piatto di ceramica, un fischietto che aveva in tasca e disse: “Allora, vogliamo cominciare?” Quando iniziarono a suonare Carosone si rese conto del talento puro  di quel batterista. Interruppe la prova e corse ad abbracciarlo. Poi gli prese la testa tra le mani e gli urlò: “ma  tu si’ ‘nu mostr’, sei scritturato!”. Così nacque il trio: Carosone al piano, Van Wood alla chitarra elettrica e Gegè alla batteria. In breve tempo i tre raggiunsero la notorietà in tutto il mondo.

Gegè fu un precursore della tecnica percussionistica napoletana che vide in seguito l’affermazione dei suoi seguaci Tony Cercola,Tony Esposito e Tullio De Piscopo. Fino agli anni 40 il cinema era muto, per la sonorizzazione si avvaleva di musicisti  e rumoristi. Gegè era uno di questi. Lavorava  al cinema Sansone di piazza Cavour e, seguendo lo svolgersi delle scene, sonorizzava il film utilizzando qualunque cosa avesse sotto mano, aiutandosi con la bocca e le mani e ottenendo risultati strabilianti. Era il più richiesto a Napoli. Anche questa cosa non la conoscevo e restai affascinato dalla capacità di Carosone di raccontare questi fatti compiaciuto e con l’entusiasmo di un ragazzo. Restammo a parlare piacevolmente fino a sera. Ci ritrovammo poi nel suo salotto ove troneggiava uno splendido pianoforte a coda. Su mia richiesta, Carosone si sbizzarrì esibendosi nella interpretazione meravigliosa della seconda rapsodia di Liszt e delle sue canzoni preferite, chiudendo la giornata con lo straordinario “pianofortissimo”.

Ci salutammo con un abbraccio e la promessa di rivederci presto, ma questo non avvenne con mio sommo rammarico.    

L’articolo è tratto dal numero di gennaio/febbraio 2021 della nostra rivista (pag.24)                                 


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