Valeria Parrella, Almarina: se si vuole essere liberi, ci si deve sentire liberi

a cura di Elsa Esposito

Una polaroid. L’interezza dell’immagine che si sviluppa solo alla fine. È così, Almarina, l’ultimo romanzo di Valeria Parrella.

Già al suo esordio con Lo spazio bianco (Torino, Giulio Einaudi editore, 2008) la scrittrice napoletana aveva dato ampia prova di stile e di grande intelligenza linguistica. Francesca Comencini, nel 2009, ne ha fatto anche un film con protagonista Margherita Buy conservandone la qualità narrativa e il potere emozionale delle donne che raccontano altre donne. La scrittura di Valeria Parrella è apparentemente semplice, ma profondamente complessa. Nei suoi racconti, nelle sue storie, ci si entra immediatamente fin dalle prime righe. Anche Almarina cattura, coinvolge e reclama attenzione. La lettura non può essere distratta perché per 123 pagine viviamo la vita dell’io narrante, siamo anche noi Elisabetta Maiorano. Entriamo e usciamo, con lei, dal carcere minorile di Nisida, lasciando Napoli dall’altro lato delle sbarre e dei cancelli. Seguiamo i suoi pensieri, i suoi stream of consciousness. Attraverso dettagli, azioni e oggetti del presente, ci spostiamo sulla linea del tempo, conosciamo ricordi del passato e proiezioni del futuro. (…)

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