“Parthenope Inferno Celeste”: il romanzo sulla resilienza femminile. Intervista all’autrice Silvana Campese

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a cura di Lisa Terranova

Amaro e resiliente il racconto della famiglia Esposito-Cantalamessa che fa da sfondo all’ultimo romanzo di Silvana Campese, “Parthenope Inferno Celeste”. La Campese, scrittrice e attivista del gruppo femminista le “Nemesiache” di Lina Mangiacapre/Nemesi, ha incentrato nel suo ultimo romanzo tutta la forza femminile, con le sue sfumature e i suoi drammi. Carmela, Maria, Justine, Angela e Carmela “junior”; nonna, figlia e nipoti con un legame invisibile e indissolubile, sono inghiottite dal buco nero della violenza familiare. Le donne sono identificate dall’autrice con Parthenope, madre generatrice di una città controversa ma pur sempre magica. Ed è proprio alla magica “resilienza” delle donne, protagoniste del romanzo, viene legata la città di Napoli. La loro forza ancestrale continua a camminare sulle gambe della progenie, dopo la resa ai colpi mortali inferti dalla vita. Come è successo a mamma Carmela, donna spenta da un marito violento e stupratore, che perisce alla brutalità umana, carnefice e mai clemente. Il nucleo centrale della storia familiare, invece, è rinchiuso nella figlia Maria, che ha subito insieme alla sorella la violenza brutale degli uomini di “famiglia”, e che nonostante il dolore prevale in lei la forza di ribellarsi ai carnefici e di correre più veloce dei mostri che la tormentano. Saranno le nipoti della successiva generazione, capaci di aggrappare quei ricordi demoniaci e di custodirli come punto di forza da cui ripartire. La loro linea familiare fa tappe con la storia, passa dal dopoguerra al terremoto dell’80 e prosegue fino agli anni 2000. “Dinamiche familiari violente e “inconfessabili”,  oggi non dovrebbero mai rimanere sommerse come accadeva in passato” è il monito dell’autrice che risponde alla nostra intervista.

Silvana Campese
 

In “Parthenope Inferno Celeste” la forza delle donne, che trova origine più dalle zone d’ombra che da quelle luminose, è la vera protagonista della storia narrata nelle sue pagine. Perchè la decisione di scrivere un libro su un dramma familiare e soprattutto femminile?

Maria è la principale protagonista del romanzo, ma lo sono anche in altri modi la madre Carmela, Justine, Angela e altre figure di donne perché rappresentano la forza del femminile, quella che permette alla maggioranza  di fronteggiare la realtà anche nei momenti più difficili e drammatici. L’attuale situazione causata dal Covid-19, che investe tutti i paesi del mondo è un esempio inconfutabile. In “Parthenope Inferno Celeste” il ruolo della donna è centrale e questo dipende molto dalla mia storia di impegno nel Movimento femminista ed in particolare di appartenenza per quasi mezzo secolo al gruppo storico delle Nemesiache. La nostra fu ed è lotta per esserci, esistere, costruire storia da soggetti pensanti e coscienti, in tutta la propria dignità e bellezza, per esprimere liberamente energia, creatività, arte e cultura. Cultura femminile che per me è sempre stato molto importante trasferire alle persone più giovani, soprattutto alle donne, in quanto a esperienza, consapevolezza, disvelamento di realtà di vite vissute. Ho scritto anche per questo “La Nemesi di Medea”, libro edito nel 2019, nel quale racconto in forma sia documentaristica che autobiografica la mia storia e quella delle Nemesiache, perché reputo importante trasmettere il senso ed il valore del coraggio battagliero delle donne nella appassionata lotta per raggiungere obiettivi e risultati di grande valore, riguardanti diritti e libertà, giustizia sociale, pari opportunità, la liberazione delle coscienze e la crescita in consapevolezza. Trasmettere memoria storica è più che mai urgente. Anche “Parthenope Inferno Celeste” nasce dalle medesime motivazioni, che però esprime anche l’altro modo di farlo, quello che rivendica altrettanta valenza di forza del femminile nella lotta individuale, nel privato, nel quotidiano, all’interno di nuclei familiari ad impronta patriarcale come nella famiglia di Catello e Carmelina, in contesti lavorativi o di impegno nel sociale.

Mariuccia, Carmela, Justine e Angela sono le interpreti principali della trama. Quanto c’è dell’autrice in ognuna di loro?

Ho moltissimi ricordi degli anni ’50 e successivi e per il personaggio di Michele mi sono ispirata in molti tratti della sua personalità ai ricordi legati alla figura del padre di mia madre così come per la figlia Carmela a quella della mia amatissima nonna materna. Per il resto direi che è un po’ autobiografica la parte del libro che riguarda la militanza e le dinamiche relazionali all’interno dei collettivi, anche se non ho mai fatto parte personalmente di cellule terroristiche. C’è molto di me e del mio vissuto in Maria ma anche nelle nipoti, soprattutto Justine. Infatti l’esperienza che fa alle dipendenze del padre ‘imprenditore’, ha molto a che vedere con il mio vissuto all’interno di un consorzio di imprese sul finire del secolo scorso. Mio padre però non c’entrava assolutamente niente e la figura di Pasquale che trae origine, fatte sempre le debite differenze perché di un romanzo stiamo parlando, da quella di un boss a me del tutto estraneo che gestiva al vertice il consorzio.

Legami, ricordi, rancori e sullo sfondo una Napoli resiliente. Quanto è stata musa la città partenopea nella sua opera?

Lo è stata in modo determinante. Napoli non è semplicemente il luogo, lo sfondo, è essa stessa protagonista non solo perché la saga familiare vi si svolge quasi interamente ma anche e soprattutto perché io ho inteso in qualche modo impersonarla in Parthenope/Maria, proprio per la capacità millenaria della città e della sua gente di opporre una forte resilienza agli eventi ed alle molteplici forme di aggressione e tentativi di colonizzazione.  Delle varie dominazioni rispetto alle quali, pur avendo subito inesorabilmente processi di commistione e contaminazione a vari livelli ed in molti ambiti, l’identità partenopea ha sempre finito per emergere arricchita. Questo almeno fino a diversi decenni fa. Purtroppo la globalizzazione e la conseguente omologazione insieme ad altri fattori non secondari ma funzionali, come lo sviluppo tecnologico, non hanno portato solo vantaggi. Anzi, dal mio punto di vista, ci sono stati più svantaggi che non potevano non influire anche sulla napoletanità. Oggi è molto più difficile riscontrarla nei suoi aspetti migliori. Anche Napoli ha subito gli effetti narcotizzanti della omologazione caotica e distruttiva che ha pervaso inesorabilmente le metropoli e le città del mondo globalizzato. Napoli è un magma ribollente di energie e di passioni, una città difficile e irresistibile al tempo stesso. In questa metropoli resiliente la maggioranza delle persone porta avanti una lotta quotidiana, barcamenandosi alla meno peggio, arrangiandosi, cercando di sopravvivere in un caos di violenza e di ingiustizie. Una città in cui Jean Noel Schifanò disse: “domina il chiaroscuro e si concilia l’inconciliabile”. A me stanno molto a cuore le giovanissime ed i giovanissimi dei tempi che viviamo, e credo di averlo espresso bene nei capitoli dedicati a loro in cui li ho resi protagonisti, in particolare attraverso i personaggi di Salvatore Aiello ed Assunta Califano, Parthenope e Cimone.

Parthenope vive in ogni donna, soprattutto in quelle alle prese con drammi familiari arcaici ma tutt’oggi presenti. Se la sente di lanciare loro un messaggio affinchè si oppongano a comportamenti dispotici e lesivi?

Non è assolutamente in me l’idea di una sorta di generale assoluzione per tutte le donne e di altrettanto generale condanna per gli uomini in quanto maschi. Io sono sempre più convinta che la lotta femminista debba essere non contro il maschio, ma contro le forme ancora devastanti di sessismo e finalizzata alla costruzione della storia del popolo delle donne. È ancora urgente e forte la necessità di denuncia degli abusi perpetrati sulle donne. Siamo in emergenza da tempo e in pieno terzo millennio più che mai: il maschile peggiore, patriarcale, maschilista e sessista in fase di “revanche” a tutti i livelli. Discriminazioni, ingiustizie, soprusi e abusi, inauditi atti di violenza sulle donne fino agli stupri più efferati ed ai femminicidi. Comportamenti lesivi e dispotici, dinamiche familiari violente e “inconfessabili”,  oggi non dovrebbero mai rimanere sommerse come accadeva in passato.

A tal fine ci sono ormai non poche iniziative sociali che possono favorire una reazione immediata ad un abuso. E comunque strumenti per difendersi da comportamenti lesivi e abusanti ce ne sono. Il primo è senz’altro la denuncia alle forze dell’ordine, alle autorità giudiziarie o ci si può rivolgere telefonicamente oppure di persona ai centri e strutture antiviolenza. Per avere aiuto o anche solo un consiglio, delle informazioni, indicazioni esiste il numero gratuito 1522, c’è una vera e propria rete territoriale dei CAV, centri antiviolenza. A Napoli c’è il Telefono Rosa in funzione h24.

L’articolo è tratto dal numero di gen/feb.2021 della nostra rivista


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