Mergellina Galante

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a cura di Maria Lista

Molte delle considerazioni, talvolta curiose e singolari, che si fanno sugli scenari della nostra città discendono da quella che in senso sociologico è stata definita “cultura dell’emergenza”.

Cultura che determina la scomparsa delle connotazioni e dei contrassegni di cui è ricca la città storica, sostituiti via via dal disordine e dalle rovine.

Nelle società complesse il disordine diventa addirittura funzionale al sistema: tema portante questo nelle analisi degli studiosi e degli osservatori critici degli scenari post-moderni.

A Napoli, la storica convivenza con le rovine e con il disordine pone la città in una posizione singolare e involontariamente avanzata: qui la gestione del precario, del disordine, paradossalmente prende consistenza e valore positivo pur essendo espressione della patologia urbana.

Il controllo spontaneo dell’emergenza, fatto di parimenti e continui adattamenti (l’arte di arrangiarsi), sembra essere la sfida radicale rispetto alla quale la residua città civile e i livelli istituzionali politico-amministrativi non sanno, non possono, non vogliono rispondere.

Questa è la premessa densa e inquietante che fa da sfondo di riferimento ad argomenti apparentemente frivoli come l’arredo urbano, purtroppo confinati nel paesaggio dei consumi di massa in un’aurea di gusto esteriore, di effimera e passeggera moda.

Allora anche la bancarella costituisce un valore sociale da analizzare, da interpretare, da valutare storicamente.

Si è parlato della qualità delle bancarelle, dei banchi degli ostricari e degli acquafrescai: una memoria storica finanche ispiratrice d’arte.

Ricordo le incisioni e gli oli di Francesco Galante dedicati a questi temi; le grandi tele ricche di colori dei festoni di limoni che ornavano il banco di marmo dell’acquafrescaio.

Francesco Galante

Le litografie con il trionfo dell’ostricaro: bancarelle e gradoni con grandi piatti pieni di cozze e vongole guarnite con alghe e limoni e le “nasse” in bella mostra. Mergellina, questo lo sfondo, era arredata armonicamente dai venditori che l’arricchivano di colori e poesia. Altro che volgari costruzioni di oggi sulle quali si discetta a livello amministrativo e accademico: come sistemare i “taralle cavere”, ecco il dottrinario tema di arredo urbano.

Il punto è che Mergellina non è più espressione della bellezza di Napoli. È principalmente espressione di un consumo di massa, indistinto, dello spazio. Un bisogno irriducibile, che pare prescindere dalla qualità, anima questo distruttivo consumo.

Il rituale… è quello della massa intruppata di gente che guarda ad un’uscita fine a se stessa e non all’anima di Mergellina anche in tempo di Covid.


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