• November 14, 2018
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IL LAURO MAGICO

Il lauro era l’albero sacro a Virgilio e Virgilio è stato considerato a lungo un mago di grandissimi poteri.
A esaltarne le capacità di presagire il futuro furono prima i Romani , ma poi ci pensarono gli stessi Cristiani che sopravvalutarono il simbolismo che Dante Alighieri volle legare al grande poeta nato a Mantova.
D’altro canto, Virgilio è quello che scende agli Inferi per accompagnare Enea ad incontrare l’ombra del padre Anchise, ed è quello che accompagna lo stesso Dante a visitare l’Inferno: per il popolo che non sempre riesce a definire i confini tra realtà e fantasia, tra simboli e verità, è facile confondere l’uno con l’altro e Virgilio diventa più di quell’uomo eccezionalmente ispirato nell’eleganza dell’eloquio e nella meraviglia della poesia, diventa il mago che costruisce in una notte il Castel dell’ Ovo, che fa nascere l’albero dalle fronde d’oro, che cura i cavalli da ogni malattia.
Il lauro diventa il segno magico di Virgilio, l’albero sotto il quale egli ha voluto far depositare le sue spoglie, l’albero, dunque, che assorbe da quelle spoglie e infonde nella sua corteccia e nelle sue foglie le capacità magiche e terapeutiche che erano appartenute a Virgilio.
Ancora oggi il lauro è un albero molto diffuso sulla collina di Posillipo.
Accanto alla tomba ,nel 1668, fu posta una lapide in latino che ricorda il lauro che Virgilio volle fosse piantato sulla sua tomba.
Un’antica tradizione cara ai Napoletani anche per oltre il Medioevo raccontava che chi volesse ottenere una qualche grazia particolare, doveva masticare qualche foglia dell’albero del santo”, la pianta sacra ad Apollo, pianta dalla forza vitale ed inesauribile che per ogni foglia strappata, era capace di farne nascere un’altra in poco tempo.
Non pochi degli emigranti napoletani in America richiedevano le foglie strappate dall’albero sulla tomba di Virgilio, anche se questo è stato sostituito nel secolo scorso da una normale quercia.
Era invece un lauro gigantesco quello che ricordava la presenza di Virgilio a Napoli: dicono che morì quando morì Dante.
Petrarca ne piantò un secondo che continuò a vivere fino a metà del Settecento tanto che la Margravia di Bayreuth ne strappò un ramoscello e lo donò a FedericoII di Prussia.

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