• November 14, 2018
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IL CRISTO MORTO DI PROCIDA E IL CRISTO MORTO DI CAPUA

due capolavori

Se si chiede ad un procidano, specie se di una certa età, chi sia l’autore della statua lignea del Cristo morto, che viene portata in processione ogni anno a Venerdì Santo, l’immancabile risposta è: “Un carcerato della casa penale di Procida!”
E ciò contro ogni evidenza logica. Difatti, se si riflette che il carcere a Procida è stato istituito nel 1830 da Ferdinando II di Borbone e la statua porta impressa la data 1728, ci si rende conto che più di un secolo separa i due avvenimenti.
Ma la credenza popolare è dura a morire, anzi sembra che ai Procidani quasi dispiaccia conoscere la verità.
Viene meno per loro quell’aura di tragico romanticismo , sedimentata da secoli nell’immaginario popolare, che la vuole scolpita in una cella del carcere procidano.
Tutti noi isolani siamo cresciuti con la visione di questo carcerato, che, nella penombra di una cella, sudando e bestemmiando, armato di scalpello e martello, tentava di raffigurare le fattezze del Cristo morto.
Perché nella fantasia popolare la sofferenza del carcerato si sovrappone a quella del Cristo in croce diventando un tutt’uno.
Ma la realtà è molto più prosaica: la bellissima icona del Cristo morto è stata scolpita da uno scultore di professione, Carmine Lantriceni, che quasi trecento anni fa, riuscì a tradurre nel legno la sofferenza del Redentore che ancora oggi suscita in chi la guarda violente emozioni.
Ma chi era Carmine Lantriceni? 
Non se ne sa molto.
Di sicuro era un pastoraio, vale a dire un personaggio che nel ‘700 preparava i pastori per i presepi e le scenografie presepiali. Ciò risulta da alcune fatture di pagamento nei suoi riguardi rinvenute nel Banco di Napoli per una serie di “pastori con anima di ferro e ricoverti di stoffa”.
L’essere pastoraio non era sinonimo di un’arte minore perché i migliori artisti, del calibro di un Bottiglieri, un Vaccaro, un Sammartini, non disdegnavano di dedicarsi alla preparazione dei presepi, sotto la spinta della grande richiesta da parte della meglio società napoletana, famiglia reale in testa. 
Ma la statua del Cristo morto procidano reca la scritta sulla base: “Carminus Lantriceni, Sculptor, Neapoli, A. D. 1728”.
Una paternità precisa con una precisazione ulteriore in cui si sottolinea, la qualifica di “sculptor”.
Questa scultura si inserisce nel trittico di cui fanno parte il Cristo deposto di Bottiglieri del duomo di Capua (1724) e il Cristo velato di Sammartini (1753).
Appartiene al filone berniniano del Barocco napoletano e risente molto dell’opera di Giuseppe de Ribera,un artista spagnolo ( lo Spagnoletto, per la sua bassa statura) molto attivo a Napoli in quegli anni.
A parte il “Cristo velato” che fa storia a sé , si può confrontare il Cristo procidano con quello del duomo di Capua ed il paragone è a tutto vantaggio della scultura di Lantriceni.
Quest’ultima è in legno, a differenza dell’altra di marmo, e la policromia le conferisce una carica espressiva che manca in quella del Bottiglieri.
Inoltre l’artificio adottato dal Lantriceni con un cuscino più basso per sostenere la testa, fa in modo che questa sia più riversa all’indietro con lo sguardo verso l’alto.
Nella statua del Bottiglieri il Cristo è più sereno, come se avesse già raggiunto una pace ultraterrena: in quella del Lantriceni c’è tutta la sofferenza umana di un uomo morto da poco.
Eppure il Cristo di Capua è più famoso e conosciuto di quello di Procida. Perché? Forse perché il Lantriceni era meno noto e meno inserito nei circuiti artistici della Napoli settecentesca; forse perché l’autore non aveva un buon carattere, tanto è vero che, ad un certo momento, lo ritroviamo anche in carcere per avere dato una martellata in testa ad un suo aiutante che gli aveva sbagliato un bozzetto. 
il Lantriceni ,di fatto, era un artista fuori dal coro, libero e ribelle agli schemi, un lupo solitario che si rinchiudeva nella sua bottega nella zona della Napoli greca tra S. Biagio dei librai e San Gregorio Armeno.
Ma, indipendentemente dal suo aspetto caratteriale, dal suo lavoro è venuto fuori un vero e proprio capolavoro che è il nostro Cristo morto.
C’è da chiedersi, inoltre, come e quando questa scultura sia approdata a Procida.
E’ molto probabile che la scultura sia stata ordinata al Lantriceni dalla Congrega dei Turchini di Procida come immagine devozionale da portare in processione. Quest’ultima circostanza spiegherebbe la fattura in legno anziché in marmo.
I Turchini nei primi decenni del ‘700 erano al loro massimo splendore e vollero dare un segno della loro potenza.
E fu scelto un artista non troppo esoso nella migliore tradizione “sparagnina”dei Turchini, gente di terra, molto attenta al valore del denaro.
Certo né il buon Lantriceni né i Turchini committenti potevano immaginare di aver dato vita ad una vera e propria opera d’arte che, a distanza di quasi trecento anni, fa ancora discutere e provoca in chi la guarda delle forti emozioni.

Giacomo Retaggio

Cristo morto di Capua

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